Cari lettori del mistero e dell’ignoto, abbiamo danzato tra le fiamme del Brocken, ma il vero orrore non abita solo nei boschi selvaggi. A volte, si nasconde dietro il sorriso di chi proclama di voler “salvare il mondo”. Oggi vi porto tra le pagine di Nathaniel Hawthorne, l’uomo che ha saputo guardare sotto il tappeto delle utopie americane per trovarvi solo polvere e peccato.
Nel suo The Blithedale Romance, Hawthorne ci trascina in una comunità ideale dove un gruppo di intellettuali decide di abbandonare la società corrotta per vivere in armonia con la natura e l’uguaglianza. Sembra un sogno, vero? Ma Hawthorne ci avverte: dove c’è l’uomo, c’è l’ombra.
Per capire The Blithedale Romance, bisogna capire l’uomo. Hawthorne non scriveva per intrattenere, ma per espiare. Discendente diretto di uno dei giudici dei processi alle streghe di Salem (John Hathorne), Nathaniel aggiunse una “W” al suo cognome per distanziarsi fisicamente da quel sangue, ma passò l’intera vita a rintracciarne le macchie nella psiche umana. La sua visione del mondo è intrisa di un “pessimismo morale” radicale: egli credeva che il male non fosse un errore di percorso, ma una componente strutturale dell’anima, un’eredità che si tramanda di generazione in generazione. Per lui, il vero peccato originale non è la disobbedienza, ma l’isolamento del cuore: l’incapacità di connettersi onestamente agli altri senza cercare di manipolarli.
Il protagonista, Coverdale, osserva i suoi compagni con l’occhio distaccato e crudele di un guardone spirituale. Incontra Zenobia, una donna magnetica e potente, e Hollingsworth, un filantropo così ossessionato dalla sua missione di riformare i criminali da essere diventato lui stesso un mostro di egoismo. Il progetto di Blithedale fallisce non per colpa di agenti esterni, ma per il peso delle passioni umane: gelosia, desiderio di dominio e il bisogno ossessivo di segreti. L’utopia si rivela per quello che è: una recita teatrale dove gli attori hanno dimenticato il copione e iniziano a uccidersi a vicenda, metaforicamente e non.

“L’individuo che si dedica interamente a un’astratta idea di bene, finisce quasi sempre per calpestare i cuori di chi gli sta accanto.”
Il romanzo non è una semplice critica alle comuni agricole dell’Ottocento (ispirata alla reale esperienza di Hawthorne a Brook Farm). È un’indagine su come l’idealismo diventi una maschera per il dominio.Hollingsworth, il riformatore, è il personaggio più terrificante: rappresenta l’uomo “giusto” che, in nome di una causa nobile, distrugge ogni individuo che incontra. Zenobia invece rappresenta la forza vitale, la donna intellettuale e passionale, che però finisce schiacciata dalle dinamiche di potere maschili e dal peso di un passato segreto che non può cancellare. Il libro culmina nella scoperta che l’uguaglianza è un’utopia impossibile finché l’uomo non affronta la propria ombra. Il fallimento di Blithedale non è economico, è ontologico: gli abitanti hanno cercato di costruire un mondo nuovo usando i vecchi mattoni del loro egoismo.
Hawthorne introduce nel romanzo l’elemento importante del “Velum”, una figura misteriosa e spettrale che pratica il mesmerismo (torniamo ancora una volta al magnetismo di Epidauro e Cagliostro!). È il simbolo della manipolazione: la capacità di una volontà forte di schiacciare quella debole sotto il pretesto della cura o della rivelazione. Oggi, Blithedale è ovunque. La vediamo nelle “bolle” digitali dove gruppi di persone si illudono di aver creato una società perfetta basata su valori condivisi, per poi finire a linciarsi a vicenda al primo segnale di dissenso. Il Mesmerismo che Hawthorne descrive nel libro, la capacità di un individuo di sottomettere la volontà di un altro attraverso un’influenza invisibile, è l’esatto antenato della manipolazione algoritmica dei nostri giorni. Veniamo “ipnotizzati” da visioni di mondi migliori, mentre dietro le quinte i nuovi Hollingsworth estraggono valore dai nostri dati e dalle nostre emozioni.
Come Hawthorne, avverto spesso il peso di un’eredità invisibile che condiziona il nostro modo di stare al mondo. Non parlo di colpe ancestrali, ma di quella pressione sottile che ci spinge a dover essere sempre “risolti”, “equilibrati”, “socialmente inseriti”. Il mio scontro con l’utopia non avviene in una comune agricola, ma nella vita di tutti i giorni, dove cerco di costruire una stabilità che l’ansia si diverte a minare.
Spesso mi chiedo se il mio ricorso alla terapia non sia, in fondo, il tentativo di smontare il mio “Blithedale interiore”: quella pretesa di perfezione e controllo totale che la società ci insegna a perseguire come unica via per la felicità. Hawthorne ci insegna che il segreto non è fuggire dal mondo per crearne uno ideale, ma imparare a convivere con le proprie crepe. La mia ansia non è un difetto di fabbrica, ma la reazione di una mente che si rifiuta di accettare le risposte facili e le utopie preconfezionate della modernità. Accettare questa vulnerabilità, senza cercare di “guarirla” a tutti i costi per conformarsi a uno standard, è forse l’unico vero atto di onestà intellettuale che ci è rimasto.
Questo libro è un pugno nello stomaco per chiunque creda nelle soluzioni facili o nei leader carismatici. È la stessa lezione che impariamo ogni giorno osservando le strutture di potere che ci circondano. Chi di voi mi segue sa che questa è la stessa oscurità che permea la mia narrativa. In “Medea”, abbiamo visto come l’amore ideale possa trasformarsi in un massacro rituale quando la realtà non coincide con il desiderio. Hawthorne ci insegna che non esiste luogo dove scappare: puoi cambiare comunità, puoi cambiare vestiti, ma porterai sempre con te il tuo “marchio di fabbrica”, la tua parte oscura. E voi? Avete mai creduto in un progetto perfetto che si è rivelato un incubo? Siete mai stati affascinati da un “Hollingsworth” nella vostra vita, qualcuno che prometteva la salvezza e vi ha portato solo manipolazione? Parliamone nei commenti. Sveliamo insieme le maschere di queste finte utopie.
Alice Tonini




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