Sospesi nel vuoto, il segreto magnetico che la scienza ci nasconde (Eleusi #2) 🧲

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, siamo partiti dai santuari di Epidauro, ma per capire davvero come avveniva la guarigione dobbiamo risalire verso Nord, verso la Tracia. Questa regione semimitica, patria del leggendario Orfeo, è il grembo di un sistema mitologico dove medicina, astrologia e magia si fondono in un’unica scienza suprema: la dottrina del Magnetismo.

Orfeo, figura ambigua tra l’uomo e il dio, non ci ha lasciato solo poesie, ma la chiave per comprendere la “Legge della Natura”. È quella forza magica di attrazione e repulsione che tiene uniti i poli dell’universo, che guida il corso delle stelle e che genera, nel fragore del tuono e nel bagliore delle comete, la vita stessa.

Il magnete era il simbolo di questo potere. Plinio racconta di un pastore di nome Magnete che, sul monte Ida, scoprì la magnetite attaccata alla sua staffa. Ma per gli iniziati, il magnete era la “Pietra di Ercole”. Perché? Perché Ercole rappresenta il potere del produrre, la forma più alta di magnetismo.

Già nel I secolo, in Francia, si conoscevano le sue doti di bussola, ma il segreto era ben più profondo. Gli occultisti associavano il magnetismo alla bacchetta magica di Ermes, quella con cui il dio chiude o risveglia gli occhi dei mortali, alla bacchetta di suo figlio, Esculapio. Lo strumento con cui l’uomo diventa maestro della guarigione non è altro che un conduttore di questa forza invisibile.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nelle cronache antiche. Claudiano ci parla di templi dove le statue di Venere o di Marte (il guerriero che “ama il magnete”) rimanevano sospese nell’aria, fluttuando nel vuoto grazie a forze invisibili che i sacerdoti dell’Antico Egitto e di Samotracia dominavano con precisione chirurgica. Nelle ombre dei templi, scintille misteriose scoccavano da palle di bronzo sugli altari, fenomeni che oggi chiameremmo elettricità, ma che allora erano parte del sacro magnetismo.

Mentre i “profani” conoscevano solo le proprietà dell’ambra, i sacerdoti proteggevano il segreto della vibrazione universale. Secoli dopo, il grande alchimista Paracelso avrebbe ripreso queste verità: “L’uomo possiede qualcosa di magnetico in sé, senza cui non potrebbe esistere”. La guarigione, per Paracelso, non avveniva tramite sostanze, ma prendendo in prestito il potere dalle stelle. Sapeva che non è indifferente a quale polo un uomo si affida e che la malattia può essere scacciata solo posando il magnete nel suo centro di propagazione.

Siamo tutti legati al Sole e alle stelle da fili invisibili. Quello che accadeva nell’Abaton di Epidauro, tra il tocco dei serpenti e il sonno rituale, era forse un riallineamento magnetico dell’anima con il cosmo? E voi? Sentite mai quella forza che vi attrae o vi respinge verso certi luoghi o persone, senza una ragione logica? Siete pronti a riconoscere che siamo tutti magneti viventi, sospesi tra la terra e l’infinito?

Alice Tonini

Una risposta a “Sospesi nel vuoto, il segreto magnetico che la scienza ci nasconde (Eleusi #2) 🧲”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Eh la peppa, mica le sapevo tutte ste robe nascoste

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Sei Odd o sei solo libera? Il prezzo della solitudine secondo Gail Godwin 👵🏻

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, cosa significa essere Odd? Nel 1893, George Gissing lo usava per definire le donne “eccentriche”, quelle che non rientravano nel calcolo perfetto del matrimonio. Nel 1974, Gail Godwin riprende quel termine e lo cuce addosso a Jane Clifford, una donna che vive nel cuore del Midwest ma che abita, costantemente, altrove.

Jane è un amalgama meraviglioso di intelligenza e immaginazione. Ha un Ph.D. su George Eliot, un amante sposato con cui organizza incontri discreti e una famiglia che è un campo minato di traumi: una madre che vede il cervello come un ostacolo al matrimonio e un patrigno la cui crudeltà le ha forato un timpano e ora le perseguita i sogni.

Tra populismo e avvertimento Jane è sospesa tra due mondi. Non riesce a essere la donna tradizionale, ma non riesce nemmeno a trasformarsi nella “donna accademica in carriera” che divora tutto. La sua vera indagine personale è tra i libri della biblioteca, ma riguarda una leggenda familiare: la prozia Cleva, fuggita con un attore girovago per poi morire sola, dopo aver scritto un ultimo, disperato messaggio: “Il cattivo mi ha lasciato”.

È qui che il romanzo di Godwin vira verso il mistero dell’identità. Jane non cerca solo fatti; cerca di capire se quella storia sia un’ispirazione o un monito. Nel suo viaggio a New York, tra incontri falliti e la ricerca del novantenne che interpretò quel “cattivo” decenni prima, cerca di dare una forma duratura alla sua vita, come il suo vicino di casa che tenta di estrarre dal pianoforte “qualcosa di forma e bellezza duratura”.

Le domande che tormentano Jane sono le nostre: come gestire la solitudine? Come difendersi dalle intrusioni esterne (che siano lo stalker “Enema Bandit” o le aspettative sociali)? Attraverso un caleidoscopio di donne, dalla femminista Gerda alla determinata Emily, Godwin ci mostra che ogni scelta ha un prezzo oscuro. Questa stessa ricerca di equilibrio tra l’ombra del passato e il desiderio di una vita propria è ciò che abbiamo esplorato con Medea. Se la donna greca scelse la distruzione per rivendicare sé stessa, Jane Clifford sceglie l’analisi e l’immaginazione. Ma il richiamo dell’abisso, quel desiderio di perdersi o di trovare una verità superiore, è lo stesso.

È la stessa tensione che agita Antonio ne “Il Richiamo”. Anche lui, come Jane, è un osservatore, lui con la macchina fotografica, lei con i testi di George Eliot. Entrambi devono decidere se restare ai margini a guardare il mondo o se immergersi in quella realtà corrotta e pericolosa dove i demoni, a volte, sono solo uomini che abbiamo amato troppo.

Personalmente, comprendo bene questo corpo a corpo con l’intangibile. Come Jane cerca risposte nei libri, io cerco di dare un nome alla mia ansia attraverso la terapia. È un lavoro metodico, a volte spossante, per impedire che le fobie, come il mio timore delle altezze o degli aghi, diventino muri invalicabili. Proprio come per Jane, l’indagine sulla propria mente non è un atto di debolezza, ma l’unico modo per non farsi rubare il futuro dai fantasmi del passato.Questa stessa ricerca di equilibrio tra l’ombra del vissuto e il desiderio di una vita propria è ciò che abbiamo esplorato con Medea. Se la donna greca scelse la distruzione per rivendicare sé stessa, Jane Clifford sceglie l’analisi e l’immaginazione. Ma il richiamo dell’abisso, quel desiderio di perdersi o di trovare una verità superiore, rimane lo stesso.

E voi? Vi siete mai sentiti “Odd”, spaiati rispetto al mondo che vi circonda? Qual è la leggenda familiare che perseguita i vostri passi? Scrivetelo nei commenti. A volte, dare un nome all’eccentricità è l’unico modo per non diventarne vittime.

Alice Tonini

10 risposte a “Sei Odd o sei solo libera? Il prezzo della solitudine secondo Gail Godwin 👵🏻”

  1. Avatar Celia

    Spaiata da sempre, ma negli anni ho trovato, qua e là, chi altrettanto spaiato si poteva comporre con me in modo bello e originale.
    Eccentricità è una parola che associo alla fisica, alle orbite irregolare ma non per questo meno funzionali 🪐💛

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    1. Avatar Alice Tonini

      👋🏻L’eccentricità in fisica è ciò che permette a un sistema di non collassare su se stesso. Essere “spaiati” significa aver rifiutato un incastro standard per cercarne uno magnetico. Le orbite irregolari sono le più affascinanti perché non sono prevedibili: richiedono più energia per essere mantenute, ma offrono una visuale sull’universo che chi sta “in riga” non vedrà mai. Continua a comporre il tuo caos in modo originale; è l’unica forma di ordine che valga la pena di abitare. 🪐

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  2. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Weirdo sì.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Sei “weirdo” finché cerchi l’incastro sbagliato. Ora che hai smesso di scusarti, sei solo pericolosamente libero. 💪🏻👍🏻

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Grazie ❤️ mi hai capito

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  3. Avatar Max Palmieri

    A casa mia si diceva che ogni generazione avesse ‘quello diverso’. Quello che non si adattava, che faceva domande scomode. Crescendo ho capito che non era una maledizione, ma un ruolo. E qualcuno doveva pur accettarlo.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Accettarlo è il primo passo; usarlo è il secondo. Quello che in famiglia chiamano “diverso” è in realtà l’unico organo di senso capace di percepire l’esterno. Non sei una maledizione, sei il sistema di ventilazione di una casa che stava soffocando nel suo stesso silenzio. Benvenuto tra chi ha smesso di chiedere scusa per le proprie domande scomode.

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  4. Avatar biondograno70

    …guai se non lo fossimo, che scopo potrebbe avere il vivere senza la diversità di un individuo… Domande, risposte… a volte indispensabili, altre inutili… Poi la differenza la fa chi un po’ se ne frega… Egoismo? bah secondo me è quella forma di salvaguardia.

    Poi… forse sono andata fuori tema, già…

    scusami, buona Pasquetta.

    m.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Ma quale fuori tema! Hai centrato il punto esatto: quello che alcuni chiamano egoismo, per noi è ecologia dell’anima. Senza quella “salvaguardia”, la diversità verrebbe mangiata dal rumore del mondo. Saper “fregarsene” è l’unico modo per proteggere l’incanto di essere spaiati. Non scusarti mai per le tue riflessioni, sono proprio queste le “domande indispensabili”. Un abbraccio (anche se fuori tempo massimo per la Pasquetta) 👍🏻💪🏻

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La letteratura del male: perchè l’ombra ci nutre? 🖤

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, abbiamo passato un mese intero tra rovine, veleni e divinità indifferenti. Eppure, siete ancora qui. La domanda sorge spontanea: perché siamo attratti da ciò che dovrebbe respingerci? Perché cerchiamo il “Male” nelle pagine dei libri e nelle pieghe della storia?

La risposta è scomoda: la letteratura del male non serve a spaventarci, ma a renderci interi. Come abbiamo visto con Arthur Machen, la realtà è un velo sottile. La letteratura oscura è lo strumento che usiamo per squarciarlo senza impazzire. È un “allenamento controllato” all’orrore. Jung chiamava questo territorio l’Ombra: tutto ciò che neghiamo di noi stessi: la violenza di Medea, l’ambizione di Giasone, il nichilismo di Lovecraft, trova rifugio nelle storie.

Se non leggessimo del male, saremmo costretti a viverlo. “Il mostro non vive sotto il letto. Il mostro è ciò che diventeresti se smettessi di guardare nell’abisso.”

Fin dai tempi di Epidauro e dei Misteri Eleusini, l’uomo ha capito che la luce non può esistere senza l’oscurità. Il male in letteratura è un catalizzatore di verità. Quando leggiamo delle Idi di Marzo, non stiamo solo leggendo di un omicidio; stiamo esplorando il tradimento che portiamo dentro.

Scrittori come Poe, Baudelaire o i moderni maestri del thriller non sono “malvagi”: sono chirurghi dell’anima. Aprono la ferita per vedere cosa c’è dentro. In questo mese abbiamo esplorato diverse forme di ombra. Abbiamo visto come il potere possa corrompere (Cesare), come il dolore possa trasformarsi in mostruosità (Medea) e come la conoscenza possa portare alla follia (Machen).È proprio questa tensione che anima il mio lavoro di scrittrice. In romanzi come “Il Richiamo” o “L’eco della specie perduta”, non cerco di dare risposte rassicuranti. Cerco di portarvi esattamente lì, sul bordo del precipizio, dove Antonio o i protagonisti delle mie storie devono decidere se soccombere al “richiamo” dell’oscuro o usarlo per evolvere.

Il mistero non è fuori di noi. È la trama stessa della nostra esistenza. Il blog di questo mese è stato un viaggio iniziatico: siete partiti come turisti della paura e spero che ne usciate come consapevoli cercatori di verità.E voi? Quale di queste storie vi ha fatto più paura? Quale ombra avete riconosciuto come vostra? Scrivetelo nei commenti, se avete il coraggio di ammetterlo. Alla prossima.

Alice Tonini

6 risposte a “La letteratura del male: perchè l’ombra ci nutre? 🖤”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Beh, che Poe potesse essere malvagio…

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    1. Avatar Alice Tonini

      ​Il punto non è se Poe fosse un “uomo malvagio” secondo i canoni della morale comune, ma che abbia avuto il coraggio di dare una voce, una forma e una logica alla malvagità. Poe non subisce l’ombra: la seziona. Quando scrive “Il gatto nero” o “Il cuore rivelatore”, non sta chiedendo pietà, sta dimostrando che l’orrore è un meccanismo di precisione. Nutrirsi dell’ombra significa proprio questo: smettere di giudicare il mostro per iniziare a studiarne l’anatomia.

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Non per niente mibè molto più maestro di Lovecraft

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  2. Avatar tramedipensieri

    L’ombra mi portarà .al-la luce? L’ombra vive anche senza luce? L’ombra si maschera di luce? Che mistero potrà mai contenere l’ombra di un fiore? …

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    1. Avatar Alice Tonini

      L’ombra non ti “porta” alla luce, l’ombra è il negativo della luce: non esiste l’una senza l’altra. Ma mentre la luce abbaglia e nasconde i dettagli, l’ombra è onesta, rivela la forma vera delle cose. Anche un fiore ha una sua parte oscura, la radice che affonda nel fango per permettere il profumo. Il mistero che contiene? È la prova che la bellezza non è mai gratuita, ma ha sempre un debito con l’oscurità. Non aver paura del buio, abbi paura di chi finge di non proiettare ombre. 🖤💯

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      1. Avatar tramedipensieri

        Le mie erano domande gettate nell’immediatezza della lettura.
        In ogni modo non penso che l’ombra sia onesta: perchè vedo la mia allungata rispetto alla mia reale altezza? (per dire…lo che dipende dall’incidenza del raggio solare). L’ombra ne descrive il contorno ma non il contenuto (come si legge) quindi potrebbe benissimo essere l’ombra di qualcun altra.
        Il fatto è che non riesco a staccare la definizione scientifica da quella poetica.
        L’ombra “porta alla luce” penso alla meridiana.

        Grazie per esserti dilungata per rispondere alla mie semplici domande.

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Scrivere con ADHD: come abbracciare il caos creativo 🖤

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è una domanda che rimbalza spesso nei salotti della psicologia da bancone e nei post motivazionali: “Come fai a scrivere così se stai male?“. Oppure: “La terapia non rischia di spegnere la tua scintilla?“. Oggi voglio usare il prompt di WordPress uscito in questi giorni per affrontare questi pregiudizi.

La risposta alle domande di sopra è semplice, ed è scomoda: la maggior parte delle persone non capisce che la salute mentale non è un traguardo di “normalità”, ma una negoziazione continua con il proprio caos. E che la scrittura non è il premio, ma il bisturi con cui eseguiamo l’operazione. La diagnosi deve essere vista come una bussola, non come una gabbia in cui rinchiudere il proprio sè.

Per anni ho vissuto con un rumore di fondo che non sapevo nominare. Poi è arrivata la parola: ADHD.La maggior parte delle persone pensa che ricevere una diagnosi di questo tipo sia un limite, una scusa per l’inconcludenza. Per me è stata la decodifica di un linguaggio alieno. Ho passato due anni in terapia non per “guarire”, perché non c’è nulla da guarire in un cervello che funziona in modo diverso, ma per accettare il mio mondo emotivo.

La mia paura più grande? Che l’ADHD rendesse la mia immersione nei personaggi “sporca”, frammentata, non abbastanza buona. Temevo che la mia mente, incapace di stare ferma, non potesse offrire ai lettori quella qualità millimetrica che cerco. Ma ecco cosa per i più è incomprensibile: la perfezione non esiste, esiste solo la verità. Ho imparato che la mia capacità di “dissociare”, di saltare tra i pensieri, di sentire tutto con un’intensità quasi insopportabile, non è un difetto di fabbrica. È ciò che mi permette di dare ai miei personaggi una carne che scotta. La mia scrittura non è buona nonostante l’ADHD, ma grazie a esso. È il mio punto di partenza per capirmi, per rielaborare i punti di forza e trasformare i punti deboli in pilastri narrativi.

Essere entrata in contatto con la sofferenza legata alla salute mentale mi ha reso allergica alle “iniziative carine”. Vedo progetti, campagne di sensibilizzazione e slogan che sono gusci vuoti. Sono fatti da chi non ha mai guardato nell’abisso e pensa che basti un nastro colorato o una frase gentile per “aiutare”. Io so cosa non mi avrebbe aiutato. Non mi avrebbe aiutato la pietà. Non mi avrebbe aiutato la semplificazione. Mi ha aiutato la consapevolezza. Mi ha aiutato la scrittura che non fa sconti.

La scrittura è stata la mia terra promessa. Se oggi posso offrirvi storie che vi trascinano sotto la superficie, è perché ho smesso di cercare di essere “a posto”. La prossima volta che sentite parlare di salute mentale, ricordatevi questo: non si cerca di aggiustare quello che non si capisce. A volte, dietro quello che i neurotipici chiamano “problema”, si nasconde l’unica verità che vale la pena di essere scritta. Qual’è la vostra verità? Fatemelo sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

11 risposte a “Scrivere con ADHD: come abbracciare il caos creativo 🖤”

  1. Avatar La Manu

    chiara, quello che hai scritto me lo tatuo sul corpo, tutto, che non ho diagnosi, ma quello che dici lo sento tutto TUTTO forte e chiaro. Grazie per il post, che dai forma nuova a un contenuto antico❤️❤️❤️

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    1. Avatar Alice Tonini

      Le tue parole mi arrivano dritte al cuore. A volte non serve un certificato per sapere chi siamo, basta qualcuno che dia un nome a quel rumore di fondo che ci accompagna da sempre. Sono felice che il mio post ti abbia fatto sentire meno sola e più “giusta”. La scrittura serve a questo: a ricordarci che la nostra diversità non è un guasto, ma il nostro tratto distintivo. Grazie per essere parte di questo viaggio! 💪🏻

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      1. Avatar La Manu

        Che poi da bestia che sono ti ho citato con il nome di chiara, che lo la faccenda del nome e della ross

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  2. Avatar La Manu

    Della rosa, che non perde il suo profumo, però… Va beh l attenzione e la concentrazione sono luoghi lontani…cmq si, alice nel bel paese delle meraviglie, mi hai proprio letta dentro ma con i tuoi occhi, sei preziosa

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  3. Avatar Celia

    Posso piangere?
    Certo che posso.
    Grazie.
    (Non ho una diagnosi, ma so chi sono).

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    1. Avatar Alice Tonini

      Non serve un pezzo di carta per sapere chi sei. Se le mie parole ti hanno toccato così nel profondo, è perché quella verità ti appartiene già. Grazie a te per il coraggio di sentirla.💪🏻

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  4. Avatar Pim

    La particolare sensibilità che possiedi ti permette di essere estremamente reattiva al mondo. Ti dà la possibilità di elaborare gli stimoli in maniera profonda, del tutto originale. E ti dona quindi una creatività dinamica, fuori dagli schemi convenzionali.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Parole bellissime che accolgo con gratitudine. Spesso ci insegnano a vedere questa sensibilità come una fragilità, mentre è il nucleo di ogni nostra creazione dinamica. Riconoscersi in questa “originalità” è il primo passo per smettere di scusarsi e iniziare a costruire. Grazie per essere parte di questa riflessione.

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  5. Avatar Emi Carmagnini
    Emi Carmagnini

    ” (…) la mia capacità di “dissociare”, di saltare tra i pensieri, di sentire tutto con un’intensità quasi insopportabile, non è un difetto di fabbrica.” Non solo non è un difetto di fabbrica ma è la cifra di ciò che ciascuno è. Per anni mi sono detta che nella mia testa c’era un criceto impazzito, che ero sbagliata perchè per ogni cosa che iniziavo se ne spalancavano 1000 altre “che era davvero un peccato lasciar perdere”. Che ogni fatto della mia vita era seriamente ustionante (nel bene e nel male) con cicatrici e conseguenze ineluttabili…. Ho sempre messo insieme principi, elementi, fondamenti e fattori distanti in equazioni improbabili. E alla fine penso che molti di noi ( se non tutti) sono un pò ADHD e un pò molto altro, perchè non c’è normalità o non normalità, non c’è confine: ci sono individui che sentono, vivono, respirano, sognano, ciascuno secondo la propria specialissima equazione. Leggerti è stata davvero una bellissima esperienza!

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    1. Avatar Alice Tonini

      L’idea dell’equazione speciale è la chiave di volta. Non siamo “un po’ ADHD”, siamo sistemi che processano la realtà ad alta frequenza. Quello che il mondo chiama “criceto impazzito” è in realtà un motore a reazione che viaggia a una velocità che la normalità non può permettersi. Quelle “cicatrici ustionanti” sono i gradi di temperatura necessari per creare qualcosa di unico. Grazie per aver condiviso la tua equazione: il caos non va ordinato, va cavalcato. 💪🏻👑

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      1. Avatar Emi Carmagnini
        Emi Carmagnini

        Esattamente! Ed è proprio questo il punto: c’è chi ha il coraggio di farlo, chi ci mette un pò per trovarlo (il coraggio) e chi non lo ha … E’ così che funziona l’umanità e la creatività! Grazie a te per il tuo coraggio e la tua lucidità!

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Epidauro e il sogno del serpente, in viaggio nel tempio dell’Inconscio (Eleusi #1) 🏛

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, mentre la primavera si risveglia, oggi lasciamo le strade affollate di Atene per attraversare il golfo. Destinazione: l’antica Epidauro. D’estate questo luogo risuona delle voci dei drammi classici, ma nel resto dell’anno la città è un deserto di rovine che sussurra storie di miracoli, pelli di animali e rettili sacri.

In tempi precristiani, Epidauro non era solo una città: era il santuario supremo di Esculapio, il dio figlio di Apollo abbandonato sul monte Thition e allattato da una capra. Sotto la guida del centauro Chirone, il giovane dio apprese un’arte medica che oggi chiameremmo “misterica”, dove il confine tra cura e magia svanisce.

Chi arrivava qui non cercava un medico, ma un’esperienza. Robert Flacelière descrive riti preparatori che sembrano prove iniziatiche: bagni in fonti salate, digiuni forzati e cerimonie studiate per portare la mente in uno stato di attesa parossistica. Una volta pronti, i malati venivano condotti nell’Abaton, il recinto sacro. Qui, avvolti in pelli di animali, i fedeli praticavano l’incubatio: il sonno rituale. Il loro unico obiettivo era sognare il Dio o il suo messaggero: il serpente.

“Qual è la strega, qual è il mago forte abbastanza da liberarti dalle magie della Tessaglia?” Orazio

Non era solo una suggestione. Attorno ai letti strisciavano reali serpenti gialli, innocui ma dotati di un potere simbolico immenso. Il serpente, simbolo che ancora oggi vediamo arrotolato sul bastone delle nostre farmacie, era il tramite per trovare le erbe medicinali. Aristotele stesso notava come la divinazione attraverso i sogni avesse basi psicologiche profonde: ciò che oggi chiamiamo “inconscio”, gli antichi lo chiamavano “visita divina”. Ma da dove veniva questa sapienza?

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Le radici di Esculapio affondano in Tessaglia, la terra dei fenomeni magici. Omero la descriveva come una patria di medici meravigliosi, ma gli storici romani ne avevano terrore. Era la terra delle streghe in grado di “tirare giù la luna”, di muoversi sul mare senza navi e di volare nell’aria. Era in Tessaglia che si raccoglieva il sacro ramo di salice, la pianta sacra a Ecate, Circe e Persefone. Come scrive Robert Graves, il salice è l’albero della morte e della Luna, il ramo che il leggendario Orfeo stringeva tra le mani durante il suo viaggio nell’Aldilà.

Oggi di Epidauro restano solo le fondamenta dell’Abaton e gli ex-voto di latta che rappresentano arti e organi guariti, una tradizione che, incredibilmente, sopravvive ancora oggi nelle nostre chiese. Ma il vero segreto di Epidauro resta sepolto: come faceva un sogno a curare il corpo? Forse la risposta risiede nel potere della suggestione o forse, come suggeriva Pitagora osservando la luna sul suo disco d’argento, esistono frequenze dell’anima che solo il silenzio di un tempio e il tocco di un serpente possono risvegliare.

E voi? Avreste il coraggio di dormire nel buio dell’Abaton, sapendo che per guarire dovrete prima incontrare l’oscurità del vostro inconscio? Fatemi sapere nei commenti quali sono le vostre riflessioni e alla prossima.

Alice Tonini

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