Cari lettori dell’ignoto il 21 giugno il mondo celebra la luce. Ma se scaviamo sotto il folklore delle ghirlande e dei falò, troviamo il sangue. Per le antiche tradizioni pagane, il Solstizio d’Estate è l’istante della “perfezione che precede il declino”. Il Dio Sole è al culmine della sua potenza, ma proprio in questo momento di massimo splendore, la ruota dell’anno gira: da domani, le tenebre inizieranno a mangiarsi i minuti.
È il sacrificio del Re: per nutrire la terra, il Dio deve accettare di morire per fare posto al nuovo. A mezzogiorno del solstizio, il sole è così perpendicolare che le ombre scompaiono. È una luce clinica, spietata, che non lascia angoli bui dove infilare le proprie bugie.
In questa assenza di filtri, io faccio la mia autopsia. Non parlo di me per narcisismo, ma per necessità rituale. Se il Sole deve sacrificare la sua gloria per permettere al ciclo di continuare, io sacrifico la mia “maschera sociale” per non soffocare. La mia capacità di dissociare, quel saltare tra i pensieri che il mondo chiama disturbo, in questo giorno diventa la mia “Pizia interiore”. Non è un difetto di fabbrica; è il calore di un reattore che non ha schermi protettivi.

Gli antichi sapevano che senza il sacrificio del Re Sole, il grano non sarebbe mai maturato. C’è un costo biologico per ogni visione. Sentire tutto con un’intensità insopportabile, vivere ogni fatto della vita come un’ustione che lascia cicatrici ineluttabili, è il mio modo di stare sull’altare. Per anni mi sono detta che ero sbagliata perché per ogni cosa che iniziavo se ne spalancavano mille altre che “era un peccato lasciar perdere”. Oggi, sotto questa luce che non concede zone d’ombra, capisco che quella non era confusione. Era l’abbondanza del raccolto prima della mietitura.
Come i sacerdoti che univano il fango al sacro, io metto insieme principi e fattori distanti in equazioni improbabili. È l’unica magia che conosco. Il 21 giugno è il giorno in cui smetto di chiedere scusa per il rumore nella mia testa. Se il Dio Sole accetta di iniziare la sua discesa nell’oscurità proprio quando è più potente, io accetto che la mia “specialissima equazione” sia fatta di picchi altissimi e di cadute rovinose. Non c’è confine tra normalità e non normalità: c’è solo la densità di quanto sei disposto a bruciare per illuminare il tuo mondo.
Il sacrificio del Re Sole non è un evento lontano, confinato nei cerchi di pietra di Stonehenge o nelle cronache perdute dei druidi. È quello che accade in questo istante esatto nel teatro della nostra mente. Siamo abituati a considerare la “chiarezza” come un dono, ma la luce del 21 giugno è un’arma. È una luce che scortica, che non perdona le sbavature, che mette a nudo ogni equazione improbabile che abbiamo cercato di nascondere per apparire “funzionali”. Ed è proprio in questa nudità che risiede il nostro unico potere.
Per anni ho cercato di spegnere il calore di queste ustioni, di domare quel criceto impazzito che correva tra mille inizi senza mai una fine rassicurante. Mi dicevano che era un peccato lasciar perdere, che dovevo scegliere un’orbita e restarci. Ma oggi, nel giorno in cui il Sole accetta la sua condanna per nutrire la terra, io accetto la mia natura di “incendio indomabile”.
Non siamo qui per essere curati, siamo qui per essere scatenati. La “normalità” è un’ombra che oggi non esiste. Resta solo la nostra specialissima equazione, quel modo assurdo e bellissimo che abbiamo di respirare il mondo, di sentire tutto con un’intensità che gli altri scambiano per fragilità.
In questo Solstizio, vi chiedo di smettere di cercare un riparo. Lasciate che la luce vi colpisca dritto sul marchio che portiamo. Bruciamo quello che non ci appartiene più: le scuse, i confini dettati da chi non ha mai visto un labirinto dall’alto, la paura di essere “troppo”. Il Re Sole inizia la sua discesa nell’oscurità consapevole che senza quel buio non ci sarebbe profondità. Noi facciamo lo stesso. Scendiamo verso i mesi della costruzione con la pelle ancora calda di questo mezzogiorno spietato.
Alice Tonini








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