Thackeray e il dilemma morale in Vanity Fair 🎪

Lettori del mistero, bentrovati. Esiste un luogo, sospeso tra la realtà cruda della Londra del XIX secolo e l’incubo allegorico, dove l’anima non è che una merce di scambio. Nel 1847, William Makepeace Thackeray ha smesso di nascondersi dietro pseudonimi giornalistici per rivelare al mondo la sua visione più oscura: Vanity Fair.

Il titolo non è un caso. È un richiamo velenoso a John Bunyan e al suo Pilgrim’s Progress, dove la “Fiera della Vanità” era il luogo della distrazione peccaminosa dal cammino verso il Paradiso. Ma Thackeray non è interessato alla salvezza eterna. Gli interessa l’inferno che costruiamo qui, sulla terra, tra un inchino, un applauso e un debito non pagato.

In copertina, l’autore ci accoglie con un’immagine che è già un presagio: un saltimbanco stanco, con una parrucca storta, che fissa malinconico uno specchio rotto. Ai suoi piedi, un baule di oggetti di scena da cui è caduta una bambola. Questo “Manager della Performance” sarà la nostra guida intermittente. Non è un eroe, non è un giudice; è un uomo che sa quanto sia faticoso mantenere la maschera quando il trucco inizia a colare.

Thackeray scriveva mentre la follia gli portava via la moglie e il peso di crescere due figlie da solo gli scavava il volto. La sua tristezza è il carburante di questo romanzo: un’indagine torbida sui dilemmi morali dove nessuno è davvero innocente.

La fiera si apre con l’uscita dall’accademia di Miss Pinkerton di due giovani donne. I loro bagagli sono la prima lezione di realismo sociale: Amelia Sedley che possiamo allegoricamente indicare come il “sentimento”. Figlia di un ricco mercante, destinata a un matrimonio di convenienza che scambia per amore. È la dolcezza che rischia di diventare cecità. Poi abbiamo Becky Sharp: che invece incarna lo “spirito” (o meglio, lo Spunk). Figlia di un insegnante di disegno e di una ballerina d’opera francese. Non ha dote, non ha protezione. Ha solo la sua intelligenza affilata come un bisturi e una mancanza assoluta di scrupoli. Se Amelia è Melania Hamilton, Becky è Rossella O’Hara prima che il cinema la rendesse un’icona romantica. Becky è la sopravvissuta che gioca d’azzardo con la propria reputazione.

Entrare nell’animo di queste donne è un viaggio in un territorio d’ombre. La novella ci trascina tra matrimoni fallimentari, maternità vissute come pesi o strumenti di potere, e la costante minaccia della rovina finanziaria. Ci divertiremo, con un piacere quasi perverso, a osservare il vuoto George Osborne, il credulone Jos Sedley o il venale Lord Steyne. Ma il vero enigma resta lei: Becky. Perché continuiamo a fare il tifo per lei nonostante le sue manipolazioni? Forse perché è l’unica ad aver capito le regole del gioco in un mondo che punisce la verità.

Verso la fine, il nostro narratore ci rivolge la domanda definitiva, quella che dovrebbe toglierci il sonno: “Chi di noi è felice in questo mondo? Chi di noi ha ciò che desidera? O, avendolo, ne è soddisfatto?” Vanity Fair è lo specchio rotto in cui ci riflettiamo ogni giorno. È la fiera dove tutti rotoliamo in cerca di applausi, dimenticando che, alla fine della fiera, siamo tutti burattini pronti a tornare nel baule. E tu, quale desiderio stai inseguendo mentre la tua anima va all’asta?

Alice Tonini

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Il Miracolo di San Gennaro: sacro e spaventoso 🩸

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, chiudiamo maggio tornando alla materia più sacra e spaventosa che esista: il sangue. A Napoli, tre volte l’anno, il tempo si ferma davanti a due ampolle. Il sangue di un martire del IV secolo, solido come roccia, deve farsi fluido. Se non accade, la storia ci dice che arrivano le catastrofi: pestilenze, terremoti, guerre.

Ma cosa stiamo guardando davvero? Un miracolo divino o la messa in scena di una necessità umana? La scienza ha provato più volte a profanare il mistero. L’ipotesi più accreditata è la tissotropia: alcune sostanze (come un mix di cloruro ferrico e carbonato di calcio, sostanze disponibili nel Medioevo) diventano fluide se agitate e solide se lasciate a riposo. Ma la spiegazione tecnica, per quanto affascinante, manca il punto. Il punto non è come si scioglie, ma perché abbiamo bisogno che lo faccia. Dobbiamo essere onesti: il culto di San Gennaro è quanto di più lontano esista dal cristianesimo razionale e “pulito” del Nord Europa. È un cristianesimo delle viscere. Gennaro non è un concetto teologico; è un corpo che è stato decapitato. Il rito della liquefazione non celebra la risurrezione dello spirito, ma la resistenza della carne. Per i fedeli, quel sangue non si scioglie per dimostrare che Dio esiste, ma per gridare che la morte è stata sconfitta sul suo stesso terreno: la materia. È un cristianesimo che non ha paura di toccare il sacro con le mani sporche.

San Gennaro non è solo un santo; è il garante di un equilibrio precario. Il suo sangue è il termometro di una città che vive all’ombra di un vulcano e che ha bisogno di sapere, periodicamente, che il “patto” è ancora valido. Napoli è l’unica città al mondo dove il popolo “insulta” il proprio santo (le famose Parenti di San Gennaro) per sollecitarlo a compiere il prodigio. Questo rapporto non è sottomissione, è negoziazione. Queste donne non adorano un dio distaccato; interpellano un familiare. Quando urlano al Santo “Faccia gialla, facci il miracolo!”, non stanno recitando un inno, stanno esercitando un diritto di sangue. Questo è il cuore del paradosso cristiano napoletano: l’idea che l’uomo possa “costringere” il divino attraverso l’insulto e la supplica. Non è la sottomissione timorosa del pagano davanti all’idolo; è l’audacia del cristiano che sa di essere figlio (o parente) di un Dio che si è fatto uomo e che, quindi, può essere richiamato ai suoi doveri. È un’intimità violenta che nessun’altra religione possiede

Il potere, sia esso quello della Chiesa o quello dello Stato, ha sempre guardato a questo rito con sospetto e timore. Se il sangue si scioglie, l’ordine è mantenuto. Se il sangue resta solido, il popolo si sente autorizzato alla rivolta, alla disperazione, al caos. Il miracolo è lo strumento con cui il sacro “gestisce” l’irrazionalità delle masse. È la prova che il potere ha bisogno del mistero per legittimare se stesso.

Come scrivevo per la Pizia di Delfi all’inizio di questo mese, il confine tra l’inganno dei sacerdoti e la verità del prodigio è sottile. San Gennaro è il discendente diretto dei culti dionisiaci che abbiamo esplorato: è l’irruzione della vita (il sangue fluido) nel regno della morte (la reliquia). È la carne che si rifiuta di restare cenere. Se l’Eucarestia è il mistero del pane che diventa corpo, la liquefazione è il mistero del corpo che torna a essere vita fluida. Per il napoletano, vedere il sangue che si scioglie è una “comunione oculare”. È la prova fisica che il sacrificio del martire è ancora efficace, qui e ora. In questo senso, San Gennaro è “troppo” cristiano: estremizza l’incarnazione fino a renderla scandalosa. Ricorda che il cristianesimo delle origini era accusato di cannibalismo proprio per questo legame ossessivo con il sangue e il corpo. A Napoli, quel cristianesimo radicale e carnale non è mai morto.

Spesso aspettiamo un “segno” esterno per capire se siamo sulla strada giusta. Aspettiamo che il nostro “sangue” si sciolga, che l’ansia si fluidifichi in azione, che il destino ci dia il via libera. Ma la lezione di San Gennaro è che il miracolo richiede agitazione. Non accade stando fermi a guardare l’ampolla. Bisogna scuotere il sistema, urlare contro il proprio santo, pretendere che la materia risponda alla volontà.

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Questo approccio cambia tutto. Mi fa capire che la mia scrittura, la mia ricerca, non può essere solo un esercizio intellettuale “pulito”. Deve essere un atto di fede nel senso più brutale: devo smettere di chiedere “per favore” al mio talento o alle mie intuizioni. Come le “Parenti” nel Duomo, devo imparare a pretendere che la mia materia interiore si sciolga, che le mie idee diventino sangue vivo e non restino croste secche in un’ampolla di carta. La fede, in se stessi, in un progetto, in una visione, non è un’attesa passiva. È una pretesa gridata. È il coraggio di essere “blasfemi” pur di ottenere il miracolo.

Alice Tonini

3 risposte a “Il Miracolo di San Gennaro: sacro e spaventoso 🩸”

  1. Avatar ziokos

    Bel post, sorprendente 👏
    Complimenti e buona giornata

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie mille, felice che ti abbia sorpreso! Dietro le tradizioni che pensiamo di conoscere si nascondono spesso i risvolti più oscuri e affascinanti. Buona giornata anche a te e a presto! 🩸

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La Bestia del Gevaudan: anatomia di un mostro di Stato 🧌

Cari lettori del mistero e dell’ignoto,Tra il 1764 e il 1767, una creatura non identificata massacrò più di cento persone nel Gévaudan in Francia. Ma la vera ferocia non stava nelle zanne della bestia, quanto nell’inchiostro dei giornali dell’epoca e nei corridoi di Versailles.

In un’epoca che si autoproclamava “razionale”, come ha potuto un animale, fosse esso un lupo abnorme, una iena o un ibrido addestrato, tenere in scacco l’esercito del Re Sole e l’opinione pubblica europea? La risposta è semplice: il mostro serviva. La Francia era appena uscita dalla disastrosa Guerra dei Sette Anni. Il prestigio di Luigi XV era ai minimi storici, l’economia era a pezzi e il popolo era inquieto. La Bestia arrivò come una benedizione mediatica.

La Gazette de France trasformò un predatore locale in una minaccia metafisica. Perché? Perché la paura collettiva è il collante più potente per il controllo sociale. Finché il popolo trema per un mostro nei boschi, non ha tempo di affilare le ghigliottine per chi siede sul trono. Il “mostro” era l’arma di distrazione di massa del Settecento.

Quando il Re inviò i suoi migliori cacciatori e l’esercito, non cercava solo di proteggere i pastori. Cercava una vittoria simbolica. La prima “morte” della Bestia, per mano del portarchibugio del Re, Antoine de Beauterne, fu un’operazione di pubbliche relazioni: portarono un grosso lupo impagliato a Versailles, dichiararono finita l’emergenza e incassarono il consenso. Peccato che la Bestia continuasse a uccidere.

Il potere preferisce una bugia rassicurante a una verità complessa. La Bestia smise di essere un problema politico solo quando un nobile locale, Jean Chastel, la abbatté con pallottole d’argento benedette. Un finale perfetto per una storia di superstizione, che metteva fine a un imbarazzo che stava diventando ingestibile per la monarchia.

Chi era davvero la Bestia? Alcuni ipotizzano che fosse un animale esotico addestrato da un sadico locale, protetto da influenze potenti. Ma questo conta poco. Ciò che conta è che la Bestia ha dimostrato come il potere si nutra dell’eccezione. Il sistema crea o alimenta il “mostro” (il nemico esterno, la minaccia oscura, l’emergenza perenne) per giustificare misure eccezionali e per riaffermare la propria necessità. Senza il lupo, a cosa serve il cacciatore del Re?

Oggi la Bestia ha cambiato forma, ma il meccanismo è identico. Ci vendono emergenze quotidiane, ci spingono a guardare con terrore verso “i boschi” mentre nelle stanze dei bottoni si decide il nostro futuro. Ho passato anni a temere i miei “mostri” interiori, le mie inadeguatezze, le mie deviazioni dal percorso accademico canonico, senza rendermi conto che quella paura mi rendeva manipolabile. Mi teneva ferma, in attesa che qualcuno mi dicesse che “il lupo era stato ucciso”. In “L’Eco della Specie Perduta”, l’OMT non è diversa dal governo di Luigi XV: gestisce il segreto e il terrore per mantenere l’ordine.

La lezione della Bestia è che l’unico modo per non essere divorati è smettere di credere alla narrazione del cacciatore. Bisogna guardare oltre la zanna e cercare chi tiene il guinzaglio.

Alice Tonini

2 risposte a “La Bestia del Gevaudan: anatomia di un mostro di Stato 🧌”

  1. Avatar Domenico Mortellaro

    Il sistema poi negli anni ha creato attentati

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    1. Avatar Alice Tonini

      Esattamente. Cambiano i secoli e i palcoscenici, ma il copione della “fabbrica della paura” resta identico. Creare o cavalcare il mostro, che sia una bestia nelle foreste o un ordigno in una stazione, serve da sempre a serrare i ranghi del potere. Felice che tu abbia colto questo filo rosso.💪🏻👍🏻

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L’estasi di Santa Teresa: la santificazione del delirio ❤️‍🔥

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è un momento in cui il linguaggio fallisce e resta solo il corpo. Gian Lorenzo Bernini, nel cuore della cappella Cornaro, ha scolpito quel momento nel marmo, rendendolo eterno e intollerabile. Parliamo dell’Estasi di Santa Teresa d’Avila.

Se guardate il volto della Santa, la bocca socchiusa, gli occhi rovesciati, il corpo che sembra liquefarsi sotto le vesti pesanti, non vedete una pia donna in preghiera. Vedete una donna travolta da una forza che non può controllare. È un’immagine che disturba perché annulla la distinzione tra spirito e senso.

Teresa stessa, nei suoi scritti, descrive l’evento con una sensualità che rasenta il proibito. Parla di un angelo che le trafigge il cuore con un dardo d’oro dalla punta infuocata.

Il dolore era così grande che mi faceva emettere quei gemiti, ma era tanto eccessiva la dolcezza che mi dava quel dolore immenso, che non potevo desiderare che finisse.”

Qui il dolore e il piacere si fondono in un’unica frequenza. Bernini non ha scolpito una visione celestiale; ha scolpito la trasmutazione alchemica del dolore in godimento. È il corpo che diventa il campo di battaglia del divino. Perché la Chiesa ha permesso che un’immagine così esplicitamente carnale troneggiasse in una cappella? Forse per una questione di controllo politico.

Il potere religioso ha capito che l’estasi è una forza eversiva: chi vive un contatto diretto con il divino (o con l’abisso) non ha più bisogno di intermediari. Santificare Teresa è stato il modo per recintare quel delirio, per dire: “Questo piacere estremo è lecito solo perché appartiene a Dio”. Senza quella targhetta dorata con scritto “Santa”, Teresa sarebbe stata bruciata come eretica o internata come folle. Il suo potere risiedeva nella sua capacità di abitare il confine.

Come per Teresa, la vera sfida non è farsi perdonare dal sistema il proprio delirio, ma rivendicare quel delirio come un territorio sovrano, dove nessun intermediario può entrare. La mia scrittura, da Medea in poi, non cerca più la comprensione del lettore, ma la sua complicità nel rompere i sigilli. Non voglio essere “santificata” o “giustificata” per la mia diversità; voglio che quella diversità sia l’arma con cui smonto le vostre certezze. Essere “nude” di fronte al proprio abisso, come Teresa, non è un atto di devozione. È l’ultima forma di ribellione rimasta in un mondo che vuole catalogare anche i nostri sospiri.

E voi come siete catalogati dal sistema? Qual’è il vostro atto di ribellione? Fatemelo sapere nei commenti e al prossimo articolo.

Alice Tonini

7 risposte a “L’estasi di Santa Teresa: la santificazione del delirio ❤️‍🔥”

  1. Avatar Domenico Mortellaro

    Da qualche parte ne parlai sociologicamente. Mi diedero dell’eretico rivoltante

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    1. Avatar Alice Tonini

      L’eresia, spesso, è solo il nome che il dogma dà a una verità che non sa gestire. Mi dispiace per quella reazione, ma qui sei nel posto giusto: analizzare il sacro con gli occhi della sociologia e della mente non è una colpa, è lucidità. Benvenuto tra chi non ha paura di guardare.🧭

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  2. Avatar Nick Shadow

    Ho sempre pensato che in quel lungo periodo (2 secoli almeno), per riacchiappare per i capelli un rapporto col sacro molto più “diretto”, dimostrato da Lutero e altri, la Riforma Cattolica abbia puntato, oltre che nell’evangelizzazione duratura degli altri continenti (successiva e parallela al colonialismo economico, soprattutto in Centro e Sud America), anche sulla spettacolare apertura alla “religionizzazione” degli aspetti più intimi… quindi anche gli orgasmi, come questo di Teresa d’Àvila, non erano più privati ma strumenti essi stessi di pubblica spiritualità… in questa statua che l’orgasmo sia “pubblico” è evidente dal fatto che la scena è incorniciata in un vero e proprio teatro: dalla cappella spuntano i “palchi” da cui i committenti Cornaro vedono tutto: appunto una spettacolarizzazione dell’atto, uguale alla spettacolarità delle “braccia di cristo” che metaforicamente si aprono nel colonnato di San Pietro, e all’impatto scenografico della voluta non simmetria dell’esposizione della facciata di Trinità dei Monti rispetto alla scalinata. Una religione che si fa città, ma una città che è teatro, come la vita stessa (molto diversa dalla speculazione sì monumentale, ma meno “esposta” dei risultati di Borromini)… ed è qui che Bernini, come dici tu, “passa di là”, e, invece di rappresentare il fatto come bigotto e “ufficiale”, rendendolo “performance”, gli restituisce una valenza individuale e veramente interiore, al di là di qualsiasi credo: poiché, proprio perché è solo “recitata” in pubblico, la via rimane solo nostra, anche sul palcoscenico (3 secoli prima di Pirandello, ma in parallelo con Tirso e Lope, anche loro alle prese con una società ipercattolica che “sublimavano”)

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    1. Avatar Alice Tonini

      Analisi magistrale, Nick. Bernini trasforma l’Adyton in un palcoscenico e, paradossalmente, proprio istituzionalizzando l’estasi e rendendola pubblica, ne protegge l’inviolabile segreto interiore. La messinscena cattolica diventa così lo scudo dietro cui l’individuo resta libero, proprio come nel teatro barocco spagnolo. Felice di averti a bordo in questa discesa dietro il velo. 👏🙏

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      1. Avatar Nick Shadow

        Felice che tu esista!

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  3. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Molto bella questa analisi su l’estasi,che ho sempre pensato fossero momenti intensi vissuti con se stessi. Ciao!

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    1. Avatar Alice Tonini

      ​Ciao! È esattamente così: la forza di quel momento sta proprio nella sua natura inconfessabile e privata, anche quando viene esposta al mondo. Grazie per aver condiviso questa tua riflessione. A presto!

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Eredi del silenzio: i martiri dell’anomalia ⏳️

Impulso di scrittura giornaliero
Who are some underrated people in history?

Carissimi lettori del mistero, oggi ho raccolto la sfida di questo prompt di scrittura ed ho fatto un po’ di ricerca extra per portarvi tre personaggi, tre figure storiche che secondo me più incarnano l’archetipo dell’anomalia, dell’ossessione e del misticismo. Non è stato facile, sono usciti parecchi nomi interessanti ma la sfida era proprio quella di non raccontarvi di semplici curiosità storiche ma di persone che hanno vissuto nell’ombra e nel caos.

La storia non è un resoconto oggettivo; è un setaccio. Trattiene i nomi che servono a rassicurare il presente e lascia scivolare nel buio quelli che disturbano il sonno della ragione. Esistono figure che hanno abitato il confine tra il genio e l’abisso, persone che hanno decifrato il “caos” prima di chiunque altro, pagandone il prezzo in isolamento o infamia.

Open book pages turning into smoky silhouettes

Oggi voglio parlarvi di tre nomi che non troverete nei manuali ordinari, ma che vibrano della stessa frequenza dei diversi. Non sono personaggi legati alla letteratura ma di loro tanto si è scritto e parlato che sicuramente almeno uno lo avrete sentito nominare.

Chi di voi conosce Ignác Semmelweis? Prima che la scienza capisse l’esistenza dei microbi, Semmelweis intuì che la morte viaggiava sulle mani dei medici. Nelle cliniche di Vienna, osservò che le donne morivano di febbre puerperale perché i dottori passavano dalle autopsie alle sale parto senza lavarsi. La sua non fu una scoperta festeggiata. Fu deriso, emarginato e perseguitato dai suoi colleghi. Finì i suoi giorni in un manicomio, picchiato dalle guardie, morendo per un’infezione, la stessa che aveva cercato di combattere. Semmelweis è l’incarnazione del dolore di chi vede una verità ovvia mentre il resto del mondo lo accusa di follia. È il martire della logica in un mondo di pregiudizi.

Avete mai sentito nominare Thomas Chatterton? A soli dodici anni, Chatterton inventò un intero universo letterario. Creò un monaco del XV secolo, Thomas Rowley, e ne scrisse i poemi su pergamene antiche artefatte con l’ocra e il fumo. Non era una truffa per denaro, era un bisogno vitale di abitare un’altra epoca. Quando la verità emerse, l’élite letteraria lo distrusse. Morì a diciassette anni in una soffitta di Londra, ingerendo arsenico. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune, ma il suo fantasma diede il via al Romanticismo. Chatterton è l’anomalia che crea la propria realtà perché quella esistente è troppo stretta. È il potere della visione che consuma chi la genera.

Lei di sicuro l’avete sentita ancora, parlo di Hypatia di Alessandria. Matematica, astronoma e filosofa, Hypatia non era solo una scienziata; era il simbolo vivente del misticismo razionale. Insegnava che l’astronomia era la via per comprendere l’ordine divino nel caos del cosmo. Non fu uccisa per ciò che non sapeva, ma per la sua influenza. Una folla di fanatici la trascinò in una chiesa, la spogliò e la fece a pezzi usando cocci di ceramica affilati (ostraka). Le sue carni furono bruciate per cancellarne il ricordo. Hypatia è la guardiana della conoscenza obliqua che viene sacrificata quando la società decide di chiudere gli occhi e scegliere il dogma.

Cosa accomuna queste persone? Tutti e tre hanno abitato il proprio “arazzo divino” con una consapevolezza che li rendeva estranei ai loro contemporanei. Sono stati i “muli” della loro epoca, le tappe necessarie di una spirale che spesso richiede sangue per ascendere. Spesso mi chiedo: quanti altri nomi giacciono sotto la polvere, in attesa di qualcuno che abbia il coraggio di pronunciarli di nuovo? E tu? Qual è il nome “sottovalutato” che senti sussurrare tra i tuoi pensieri? Quale storia ti fa sentire meno solo nel tuo essere “diverso”?

Alice Tonini

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