Dal rogo alla diagnosi: la strega, la norma e la marginalità 🧙🏻‍♀️

C’è sempre un momento in cui una comunità decide che qualcuno è diverso. Non è necessariamente il momento in cui quella persona compie qualcosa. Può essere molto prima, quando una donna vive sola, quando conosce le erbe, quando assiste un parto, quando parla con un tono che gli altri trovano sgradevole. Quando non partecipa alle feste, quando risponde male o quando non risponde affatto. Quando qualcuno muore e lei, per caso, era lì. Quando un bambino si ammala e qualcuno ricorda di averla vista passare davanti alla porta. Quando il raccolto va male e torna alla memoria quella maledizione pronunciata mesi prima, forse per rabbia, forse per scherzo.

Prima c’è la differenza, poi il sospetto, poi il racconto e alla fine arriva una parola: strega.

La parola sembra antica quanto il buio, ma la strega che abbiamo in testa non è una creatura eterna. È una costruzione storica, religiosa, sociale e letteraria che cambia attraverso i secoli. Le persecuzioni per stregoneria nell’Europa della prima età moderna non furono un fenomeno unico e uniforme: variarono enormemente per territorio, periodo, istituzioni e dinamiche locali. Le accuse coinvolsero uomini e donne, anche se le donne costituirono la maggioranza delle persone perseguitate.

Stylized fashion exhibit with a model standing among faceless mannequins
A stylized fashion presentation places a central model among shadowed onlookers and mirrored displays.

Una ricerca comparativa parla di circa l’80% delle persone accusate come donne, lasciando comunque un significativo 20% di uomini. Questo dovrebbe bastare a farci diffidare dell’immagine semplicistica della “caccia alle streghe”. Ma non basta a spiegare perché quella figura sia sopravvissuta pertutti questisecoli. Per quello bisogna guardare non soltanto alle streghe, bisogna guardare a chi aveva il potere di chiamarle così.

Nel 1621, a Edmonton, in Inghilterra, una donna anziana di nome Elizabeth Sawyer venne accusata di stregoneria. Sappiamo qualcosa di lei perché l’accusa la trasformò improvvisamente in un personaggio pubblico. Inizialmente era una donna della comunità, dopo diventò The Witch of Edmonton. Fu accusata di aver provocato la morte di alcuni vicini attraverso la stregoneria, condannata e giustiziata. La sua vicenda produsse pamphlet, ballate e persino un’opera teatrale. Gli studi sul caso sottolineano proprio il modo in cui il corpo e la marginalità della donna furono trasformati in materia narrativa: Sawyer era anziana, povera e collocata ai margini della comunità. Ed è qui che la storia comincia a diventare letteratura.

Perché una volta che una persona viene accusata, non è più soltanto una persona, diventa una storia che gli altri raccontano su di lei. La donna reale scompare e rimane la strega. È un meccanismo che conosciamo bene anche oggi, benché le parole siano cambiate. Una persona viene classificata e la classificazione diventa spiegazione. La spiegazione diventa identità e alla fine nessuno guarda più la persona ma guarda l’etichetta.

Nel 1669, ad Amburgo, Anna Ebeler finì accusata di aver provocato la morte della donna per cui lavorava come assistente al parto. La storia comincia con una ciotola di zuppa. La donna malata peggiora e qualcuno interpreta l’evento come avvelenamento. Poi arrivano altre testimonianze e altri bambini malati. Altre morti, altri sintomi e le storie si accumulano; la spiegazione si espande e la singola disgrazia diventa una rete di malefici. È un esempio impressionante di come una comunità possa trasformare eventi dolorosi e difficili da comprendere in una narrazione coerente: qualcuno deve averlo fatto, e quel qualcuno deve essere identificabile. Il materiale processuale riportato dagli studiosi mostra proprio come l’accusa contro Ebeler si allargò attraverso nuove testimonianze e nuovi eventi attribuiti alla stessa presunta strega.

Non importa soltanto che cosa fosse successo realmente ma importa il bisogno di costruire un nesso. Quindi questo è successo perché lei ha fatto questo. Il cervello umano detesta il vuoto. Quando manca una spiegazione, spesso ne costruisce una, e quando una comunità condivide quella spiegazione, il sospetto può diventare una verità sociale molto prima di diventare una verità dei fatti.

Il problema non è soltanto la magia, per questo trovo insufficiente la lettura della strega come semplice personificazione dell’ignoranza. All’epoca dei fatti non è bastato che le persone credessero alla magiama serviva un sistema capace di trasformare una credenza in accusa, un’accusa in procedimento e un procedimento in condanna. Servivano vicini, autorità, tribunali, predicatori, pamphlet, confessioni, e, in certi casi, torture. Nell’Italia della prima età moderna, per esempio, le autorità potevano cercare sul corpo delle sospette il cosiddetto stigma diabolicum, ricorrendo a prove fisiche che oggi riconosciamo come prive di valore probatorio. La ricerca recente sulle rappresentazioni delle donne anziane accusate di stregoneria mostra quanto il corpo stesso potesse diventare un oggetto da interpretare e manipolare fino a produrre la “prova” desiderata.

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Il corpo non era più un corpo ma era diventato un testo da decifrare, una superficie sulla quale cercare la colpa e tutto questo è una cosa terribilmente moderna, questa ossessione per il segno.

C’è però un elemento che continua a rendere la strega interessante anche dopo la fine dei processi. La strega sa. Sa qualcosa che gli altri non sanno, conosce le erbe, conosce i corpi, conosce i morti, conosce segreti. Questa è già una trasformazione letteraria e folklorica, non una descrizione della realtà storica delle donne accusate. Ma è una trasformazione potentissima, perché la paura non nasce soltanto dal male ma nasce dalla conoscenza che non possiamo controllare. La strega è inquietante perché possiede una grammatica diversa, guarda qualcosa e attribuisce a quel qualcosa un significato che gli altri non vedono.

E se la sua interpretazione è incomprensibile, può diventare minacciosa. Non sappiamo cosa vede, quindi immaginiamo che sia pericoloso. Non è un caso che la strega viva così spesso ai margini, nel bosco, fuori dal villaggio, vicino all’acqua, in una casa isolata o in una grotta.La sua geografia è una geografia della soglia. Da una parte c’è il mondo ordinato: la casa, il lavoro, la famiglia, la chiesa, le regole. Dall’altra c’è qualcosa che non si lascia addomesticare.

La strega abita il confine perché il confine è il luogo dove le categorie tremano.E questa è una delle ragioni per cui il folklore continua a conservarla. Non abbiamo più bisogno di credere letteralmente alla strega. Ci serve ancora la sua funzione, ci serve qualcuno che rappresenti ciò che non sappiamo collocare. E se il problema fosse la norma? È qui che, oggi, la strega può incontrare la neurodiversità.

Ma bisogna fare molta attenzione. Dire che una donna accusata di stregoneria nel Seicento fosse “in realtà autistica” o avesse l’ADHD sarebbe una forzatura. Le categorie diagnostiche contemporanee non possono essere semplicemente trasferite nel passato come se fossero etichette universali. Non è questo che ci interessa, ci interessa la domanda che viene dopo. Chi decide quale mente sia normale?

La Literary Neurodiversity Studies è un campo relativamente giovane della critica letteraria che parte da un principio semplice e radicale: le menti umane non funzionano tutte nello stesso modo e questa diversità può cambiare il modo in cui leggiamo, scriviamo e interpretiamo la letteratura. Il campo studia personaggi, autori, lettori, forme narrative e stili, ma soprattutto mette in discussione l’idea che esista un unico funzionamento cognitivo da assumere come norma. Questo sposta completamente la domanda. Non: “Quale diagnosi aveva questa persona?” Ma: “Quale idea di normalità stiamo usando per giudicarla?”

È una differenza enorme. Ogni società costruisce aspettative sul modo corretto di stare al mondo, come si parla e come si ascolta. Quanto ci si muove e come si reagisce. Quanto rumore si sopporta. Quanto è accettabile essere ossessivi e quanto è accettabile essere distratti. La maggior parte di queste regole è così invisibile che smettiamo di considerarle regole e le chiamiamo semplicemente normalità. Poi arriva qualcuno che non le segue. Non necessariamente perché voglia ribellarsi, ma a volte perché non le percepisce nello stesso modo. A volte perché le percepisce troppo e a volte perché il mondo sociale che per gli altri è intuitivo, per lui non lo è affatto.

E allora arrivano le parole: strano, difficile, egoista, esagerato, freddo, incapace, eccentrico, pericoloso. Le parole cambiano ma il meccanismo può restare. La neurodiversità permette di vedere quel meccanismo senza trasformare ogni differenza in una virtù e senza negare la sofferenza reale che alcune condizioni possono comportare. È una distinzione fondamentale. Non significa dire che ogni comportamento diverso sia giusto ma significa riconoscere che diverso e sbagliato non sono sinonimi.

La storia di Anna Trapnel rende ancora più inquietante questo confine. Trapnel, nell’Inghilterra del Seicento, era una profetessa visionaria. Pubblicava testi, raccontava visioni e pronunciava avvertimenti rivolti alle autorità politiche e religiose del suo tempo. A seconda di chi la guardava, poteva essere una profetessa oppure una pazza.Oppure una strega. La ricerca storica sul suo caso mostra proprio questa oscillazione identitaria: una donna che rivendicava una forma di visione religiosa poteva essere ricondotta dalle autorità e dai suoi avversari alle categorie della follia o della stregoneria.

Questo passaggio mi interessa più della strega con il cappello nero, perché dimostra quanto possa essere fragile il confine tra visionario e patologico, profeta e pazzo, sapiente e pericoloso. Non cambia necessariamente la persona, ma cambia lo sguardo che la osserva. E quando cambia lo sguardo, cambia il nome.

È importante dirlo proprio qui. Non voglio recuperare la strega come eroina moderna, non era necessariamente una donna ribelle. Non era una femminista ante litteram e non era una guaritrice perseguitata perché troppo intelligente. E non era neppure una persona neurodivergente in senso contemporaneo. Queste letture possono essere suggestive, ma rischiano di cancellare le persone reali dietro l’archetipo. Le donne accusate di stregoneria erano persone inserite in contesti precisi, con storie precise, e spesso finirono dentro conflitti locali che avevano poco a che fare con la grande figura demoniaca che la cultura popolare ci ha consegnato.

La storia viene prima del mito, ma il mito ci permette di capire qualcosa della storia che non smette di essere attuale. Perché ogni epoca costruisce le proprie parole per indicare chi non rientra nella forma. Non diciamo più necessariamente “strega”, abbiamo parole più moderne, più tecniche e più rispettabili. Alcune sono necessarie: permettono di riconoscere esperienze, bisogni e condizioni che in passato non avevano un linguaggio adeguato. Altre possono diventare gabbie. Il problema non è avere categorie, il problema nasce quando una categoria smette di essere uno strumento e diventa una sentenza. Quando non descrive più una persona, ma pretende di spiegarla interamente. Quando la parola viene prima dell’ascolto, quando il comportamento viene prima del contesto e quando la differenza viene interpretata automaticamente come deficit. La strega ci ricorda che le etichette non sono innocenti, ma una parola può descrivere. Una parola può proteggere e una parola può anche condannare.

Forse è questo che la vecchia figura del folklore continua a chiederci. Non di credere alla magia. Non di romanticizzare il passato. Non di trasformare ogni outsider in un eroe. Ma di fermarci prima dell’etichetta, prima di decidere che quella persona è strana. Prima di interpretare il suo silenzio come ostilità. Prima di chiamare follia ciò che non comprendiamo. Prima di trasformare una differenza in una colpa. Per secoli abbiamo raccontato la strega come una donna che vedeva ciò che gli altri non vedevano. Forse il punto non è sapere se quelle visioni fossero vere ma il punto è capire perché una comunità avesse così bisogno di stabilire che non potevano esserlo.

La strega non fa più paura perché conosce il futuro ma fa paura perché non sappiamo dove collocarla. Sta nel bosco mentre noi siamo nel villaggio, sta sul confine mentre noi abbiamo bisogno di categorie. Guarda il mondo da un angolo che non riconosciamo. E noi, quando non comprendiamo un punto di vista, abbiamo sempre una tentazione: correggerlo e normalizzarlo. Forse la domanda che dobbiamo portarci dietro non è se la strega vedesse troppo. È un’altra. Quanto del mondo non vediamo perché abbiamo deciso in anticipo come dovrebbe essere visto?

Alice Tonini

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Halloween: la festa di ciò che fingiamo di non essere 👻

Il mostro non nasce nel buio, il buio serve soltanto a nasconderlo. Ogni anno, alla fine di ottobre, riempiamo le vetrine di zucche illuminate, scheletri, streghe, vampiri e corpi divorati dalla morte. Disegniamo sangue sui muri. Indossiamo maschere. Bussiamo alle porte chiedendo dolci. Per una notte, il mostro diventa consentito. Possiamo essere ciò che per il resto dell’anno dobbiamo fingere di non essere.

Ed è proprio questo il punto, Halloween non è interessante perché ci permette di giocare con la paura. È interessante perché ci permette di darle un volto. Per qualche ora trasformiamo l’angoscia in una creatura con i denti, la morte in uno scheletro, l’ignoto in una strega. Poi arriva novembre e la maschera torna nel cassetto, il mostro torna dove lo abbiamo sempre tenuto: fuori da noi. O almeno così ci piace pensare.

Prima delle zucche arancioni e delle feste in costume esisteva una stagione diversa. Halloween appartiene a una lunga stratificazione di tradizioni, cristiane e precristiane. Il suo nome deriva da All Hallows’ Eve, la vigilia di Ognissanti, mentre nella cultura popolare moderna è spesso collegato alle celebrazioni di fine raccolto associate a Samhain. Al di là delle semplificazioni con cui oggi raccontiamo queste origini, rimane un elemento fondamentale: la soglia. La fine del raccolto, l’ingresso nella stagione oscura, il passaggio, la separazione fra ciò che appartiene al mondo dei vivi e ciò che viene collocato dall’altra parte.

Shadowy creatures erupt from a cracked street in a modern city
A quiet downtown crossing is disrupted by a dramatic mass of shadowy creatures surging from the cracked street.

È questo che rende così potente il simbolismo di Halloween. Non celebriamo soltanto il mostro, celebriamo il momento in cui il confine si assottiglia e ogni società ha bisogno di confini, perché senza un “noi” è difficile costruire un “loro”. Il mostro serve a una funzione molto precisa: indica il limite. Questo è normale e quello è anormale. Questo appartiene a noi ma quello deve rimanere fuori. Per secoli abbiamo dato nomi, corpi e volti a tutto ciò che non riuscivamo, o non volevamo, integrare, come la strega, l’eretico, il deforme, il folle, il selvaggio, il traditore, il corpo che non obbedisce e la donna che non accetta il ruolo che le è stato assegnato. Il povero, il diverso, il contagioso, ogni epoca costruisce le proprie categorie di esclusione e poi ha bisogno di rappresentarle attraverso qualcosa che possa essere indicato con un dito.

Ecco il mostro, guardatelo. Non siamo noi, non assomiglia a noi, non pensa come noi, non vive come noi, non desidera ciò che desideriamo noi. Quindi possiamo stare tranquilli perché il male è là fuori. Finché non ci accorgiamo che il mostro ha cominciato a guardarci.

Il mostro contemporaneo non ha necessariamente zanne, può avere un badge, una divisa, un contratto, una cartella clinica, un numero identificativo. Può sedersi dietro una scrivania e pronunciare una frase perfettamente corretta. Può sorridere e può avere una famiglia. Può pagare le tasse e può essere perfettamente integrato nella società che lo ha prodotto. Questa è una delle trasformazioni più inquietanti dell’orrore moderno.

Non abbiamo più bisogno di creature che arrivano dal bosco. Il bosco lo abbiamo asfaltato, abbiamo illuminato le strade, abbiamo catalogato ciò che ci circonda, abbiamo trasformato l’ignoto in dati. Eppure continuiamo ad avere bisogno di mostri; perché il mostro non serve soltanto a spaventarci ma serve a semplificare la realtà. Se il colpevole ha un volto mostruoso, possiamo odiarlo senza interrogarci sul sistema che lo ha prodotto. Se il diverso è davvero diverso, possiamo allontanarlo senza chiederci perché ci faccia paura. Se la vittima può essere trasformata in un’anomalia, possiamo smettere di considerare la sua sofferenza come una responsabilità collettiva. Il mostro è comodo perché ci permette di dormire.

È qui che l’orrore diventa più interessante, perché spesso il mostro non arriva dall’esterno ma viene prodotto dall’interno. Una società stabilisce una norma poi stabilisce chi non la rispetta. Poi costruisce una categoria per identificarlo e infine lo guarda e dice:vedete? È diverso da noi. La macchina che ho creato è perfetta. Prima traccia il confine, poi crea l’escluso. E usa l’escluso per giustificare l’esistenza del confine. Il cerchio si chiude. E noi possiamo continuare a sentirci dalla parte giusta.

È una delle ragioni per cui l’orrore funziona così bene quando smette di raccontare soltanto fantasmi e comincia a raccontare sistemi. Il fantasma può infestare una casa. Un sistema può infestare un’intera società.

È anche il filo che attraversa le storie e le figure che abbiamo incontrato in questo mese. Daria porta il peso di un corpo che diventa territorio di controllo. Vanni attraversa una realtà in cui il consumo e il desiderio possono divorare l’essere umano fino a renderlo irriconoscibile. E Anna Karenina, dietro la superficie della tragedia sentimentale, ci mostra una donna schiacciata da una struttura sociale che stabilisce cosa una persona può desiderare, cosa può essere perdonato e cosa invece deve essere punito. Sono storie molto diverse, ma il meccanismo che le attraversa è inquietantemente simile. Prima viene stabilita la forma corretta, poi arriva chi non riesce, o non vuole, entrarci e allora nasce l’anomalia, il problema e lo scandalo.

Il mostro non serve che abbia corna o artigli. A volte basta che abbia smesso di obbedire. Forse è proprio questa la ragione per cui Halloween continua a funzionare. Per una notte possiamo fare qualcosa che durante il resto dell’anno ci è proibito, possiamo mettere fuori il mostro, possiamo vestirci da ciò che temiamo e possiamo mostrare i denti senza essere accusati di averne troppi. Possiamo essere morti senza esserlo. Possiamo essere streghe, demoni, vampiri, creature deformi. Possiamo attraversare il confine e soprattutto possiamo tornare indietro. Questa è la parte rassicurante del rituale.

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La mattina dopo ci togliamo il trucco, ripieghiamo il costume, buttiamo via le zucche e torniamo normali. Ma c’è una domanda che Halloween lascia aperta: quale delle due era la maschera? Quella che abbiamo indossato per una notte? O quella che portiamo ogni giorno per essere accettati dagli altri? Forse abbiamo smesso di avere paura dei mostri perché abbiamo imparato a riconoscerli, o forse è successo il contrario: forse siamo diventati così bravi a costruire categorie, classificazioni e definizioni da non avere più bisogno di vedere il mostro. Ci basta un’etichetta, una statistica o una parola. Il mostro diventa così piccolo da poter stare dentro una casella. Ed è proprio allora che diventa davvero pericoloso, perché un mostro che possiamo riconoscere è relativamente semplice da affrontare.

Quello che dovrebbe farci paura è il mostro che parla la nostra lingua. Quello che conosce le nostre regole. Quello che entra dalla porta principale. Quello che non ha bisogno di nascondersi perché tutti lo considerano normale. Il 31 ottobre non abbiamo davvero paura dei morti ma abbiamo paura che tornino a ricordarci ciò che è stato sepolto. Per questo accendiamo lanterne e indossiamo maschere. Per questo raccontiamo storie di mostri. Perché il mostro, finché ha il volto di una creatura fantastica, rimane innocuo.

Il problema comincia quando togliamo la maschera. E scopriamo che ci somiglia.

Alice Tonini

6 risposte a “Halloween: la festa di ciò che fingiamo di non essere 👻”

  1. Avatar Bariom

    Poi, bisogna riconoscerlo, ci sono i mostri reali, quelli che di umano non hanno quasi più nulla.
    Chi violenta, chi stupra, chi uccide divertito, chi schiaccia, chi depreda, chi odia, senza maschera o con maschere di menzogna. Senza un giorno sul calendario, perché ogni giorno è un giorno nuovo.

    Resta la domanda: dove nascono, da dove vengono, questi mostri?

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    1. Avatar Alice Tonini

      Hai toccato il punto esatto in cui la letteratura dell’orrore crolla di fronte alla realtà: i mostri veri non arrivano da un’altra dimensione né indossano una maschera che a fine notte possono togliersi. Vengono dalla normalità, dai dettagli sfilacciati del nostro tessuto sociale, dall’assenza totale di empatia coltivata nell’indifferenza quotidiana. Non hanno bisogno di Halloween perché la loro festa è ogni giorno, protetti dal silenzio e dalle giustificazioni di chi preferisce non vedere. Una domanda a cui non c’è risposta consolatoria. 🖤

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  2. Avatar Lucadg

    Analisi lucida e puntuale complimenti Alice. Oggi portavo le mie figlie a scuola, tutta la classe era mascherata per festeggiare ed e i bimbi erano entusiasti, tutti, tranne i figli di alcuni genitori che seguono questo filone religioso per cui mascherarsi evocherebbe chissà che. Vedere quei bimbi così tristi mi è dispiaciuto troppo, poi sai che noi con i “superpoteri” siamo molto più empatici. Non giudico i genitori, la fede ci salvi dalla religione, ma rendere un bimbo felice per me dovrebbe venire al primo posto.
    Secoli fa magari si sarebbero riuniti nelle stalle e mentre sgranavano il rosario per esorcizzare chissà che, mormoravano sulla curatrice o sulla levatrice che fino al giorno prima li aveva aiutati e mandiamola a fare due chiacchere col prete che magari bruciata lei le nostre vite torneranno felici.
    Cosa è il mostro da esorcizzare allora?
    Ciao a presto e grazie per il tuo articolo.

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    1. Avatar Bariom

      Allora ti chiedo: c’è qualcosa che non faresti mai fare ai tuoi figli anche se gli altri intorno lo facessero? O solo per non vederli “tristi” , acconsentiresti?

      Perché al di là di come la si pensi su Halloween o altro, oggi il grosso problema nell’educazione dei figli è che loro vorrebbero di tutto e subito e noi adulti cadiamo nell’inganno di doverglielo dare per non vederli “tristi” o perché non credano di essere meno degli altri.

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      1. Avatar Alice Tonini

        Assolutamente sì, ci sono confini invalicabili. Il terrore moderno di vedere un figlio triste per cinque minuti sta creando una generazione incapace di reggere la frustrazione. Acconsentire a tutto pur di allinearlo al branco significa fargli la violenza peggiore: togliergli gli anticorpi per resistere al mondo. Un’analisi impeccabile. 🌍

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    2. Avatar Alice Tonini

      Hai risposto tu stesso con la metafora delle stalle: il vero demone è l’ipocrisia di chi usa la dottrina per punire i più deboli e pulirsi la coscienza. Vedere dei bambini esclusi dalla gioia condivisa per paure medievali ridestato esattamente quell’oscurantismo che fingiamo di aver superato. L’empatia di cui parli è forse l’unico anticorpo che ci è rimasto. A presto e grazie! 📖

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La traiettoria del binario, il fatalismo clinico di Anna Karenina e la trappola del destino 🚂

C’è una miopia diffusa tra i lettori di Anna Karenina: lo si riduce a una storia di passione punita, a un dramma borghese sulla gelosia, a una parabola morale sull’adulterio. Di certo questa è una lettura rassicurante.

Perché se Anna cade per aver amato l’uomo sbagliato, allora il mondo conserva un ordine comprensibile, e questoci conforta. Esiste una colpa, esiste una conseguenza, esiste una morale. Soprattutto, resta intatta l’illusione che le nostre scelte avvengano dentro uno spazio di libertà preconfezionata.

Ma fortunatamente per noi Lev Tolstoj costruisce qualcosa di molto più inquietante. Non soltanto un romanzo d’amore, ma una macchina narrativa che osserva cosa accade a un individuo quando tenta di sottrarsi alla traiettoria che la società ha tracciato per lui. E in questa macchina i binari non sono un semplice sfondo. Sono una delle sue forme più perfette.

White blossoms beside weathered railway iron

Il treno attraversa il romanzo Anna Karenina come una presenza materiale e simbolica. La ferrovia appartiene a un mondo nuovo per l’epoca in cui è ambientato il romanzo: quello della velocità industriale, della standardizzazione, degli orari, delle distanze ridotte a numeri. Il viaggio non dipende più dalla volontà del singolo. Una volta saliti, si segue una traiettoria prestabilita.Il binario non suggerisce una direzione, la impone e non permette deviazioni, non ammette esitazioni. Collega un punto a un altro attraverso una linea che esiste prima ancora che il passeggero vi metta piede.

È difficile non vedere, in questa geometria, qualcosa della società che circonda Anna. Il matrimonio con Karenin. I salotti aristocratici. Le convenzioni. La reputazione. Il ruolo della moglie, quello della madre, quello dell’amante. Una rete di aspettative così fitta da sembrare naturale.

Anna prendendo coscienza della sua esistenza non scopre semplicemente che la sua relazione con Vronskij è scandalosa. Scopre che il mondo intorno a lei possiede già una definizione di ciò che lei può e deve essere. E soprattutto di ciò che non può più essere.

Quando Anna sceglie Vronskij, sembra compiere un gesto di liberazione anticonformista. In realtà, cambia traiettoria senza riuscire a uscire dalla rete che determina il significato della sua esistenza. Questo è uno degli aspetti più crudeli del romanzo.

Anna vuole essere libera, ma continua ad avere bisogno dello sguardo degli altri. Vuole sottrarsi alle convenzioni, ma non riesce a smettere di misurarsi con esse. Vuole Vronskij, ma teme continuamente di perderlo. Cerca una vita autentica e finisce per controllare ogni gesto, ogni parola, ogni distanza. La sua sofferenza cresce proprio dentro questa contraddizione.

Non è necessario per noi oggi trasformarla in una diagnosi. La medicina del suo tempo aveva a disposizione categorie come l’isteria per classificare comportamenti e sofferenze femminili che oggi leggiamo in modo molto diverso. Ma il romanzo non ha bisogno di una diagnosi clinica per mostrarci il progressivo deterioramento di Anna, basta seguirne la percezione del mondo. Il sospetto. La gelosia. L’isolamento. La sensazione di essere osservata. La convinzione che ogni gesto degli altri contenga un significato nascosto.

La libertà che aveva cercato si restringe fino a diventare un’altra stanza chiusa. La prigione non è più soltanto esterna, è penetrata nella mente.

Ed è qui che la lettura puramente romantica del romanzo comincia a cedere. Anna non viene semplicemente punita perché tradisce il marito. Il problema è più profondo: rifiuta di mantenere la finzione sociale che permette al sistema di continuare a funzionare. L’adulterio esiste già intorno a lei. Quello che cambia è la gestione della facciata. La società aristocratica può tollerare molte trasgressioni, purché rimangano invisibili, controllate, convenientemente ipocrite.

Anna invece rende la contraddizione impossibile da ignorare. Non vuole più interpretare il ruolo che le è stato assegnato. E quando smette di recitarlo, il gruppo sociale la espelle. È questo il meccanismo più spietato: non serve una legge che la condanni, basta il vuoto. Gli inviti che diminuiscono, gli sguardi, le conversazioni interrotte, la reputazione che precede la persona e l’impossibilità di rientrare nella normalità.

Il sistema non deve necessariamente distruggerti, può semplicemente toglierti il posto in cui esistevi. A quel punto il treno assume un significato ancora più oscuro. All’inizio è il luogo dell’incontro, del movimento, dell’arrivo e della partenza. È una tecnologia che promette di accorciare le distanze e di rendere il mondo più accessibile. Ma il suo funzionamento contiene già l’altra faccia della promessa: il treno è libertà soltanto per chi può scegliere dove salire. Una volta dentro, la direzione è già stabilita.

Tolstoj fa coincidere progressivamente la modernità del mondo ferroviario con l’impossibilità di Anna di trovare una traiettoria propria. La tecnologia non è semplicemente il suo carnefice. È la forma visibile di un mondo che sta imparando a organizzare uomini, merci, tempo e spazio secondo principi sempre più rigidi, con orari, percorsi, connessioni, destinazioni, efficienza. E Anna si trova dentro questa geometria proprio mentre tenta disperatamente di uscirne.

Il suicidio alla stazione di Obiralovka è allora qualcosa di più di una semplice conclusione melodrammatica, è il punto in cui la traiettoria sociale e quella ferroviaria finiscono per sovrapporsi. Anna non può più immaginare una deviazione, e il mezzo che ha attraversato il romanzo fin dall’inizio diventa infine il luogo della sua morte. Il ferro che rappresentava il movimento diventa immobilità definitiva. La macchina che trasporta corpi da un punto all’altro diventa ciò che interrompe il movimento di un corpo. È un’immagine terribile proprio perché non risolve nulla. Non dimostra che Anna fosse destinata a morire, dimostra qualcosa di più disturbante: quanto possa restringersi lo spazio mentale di una persona quando ogni possibile futuro viene percepito come una variazione dello stesso fallimento.

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Ed è qui che Anna Karenina smette di appartenere soltanto all’Ottocento, i nostri binari sono cambiati, non sono necessariamente di ferro. Possono essere aspettative familiari, ruoli sociali, reputazione, algoritmi, lavoro, consumo, prestazione, immagine pubblica. Possono essere invisibili proprio perché abbiamo imparato a considerarli normali. La tecnologia contemporanea, rispetto alla ferrovia di Tolstoj, ha moltiplicato le possibilità di movimento. Oggi possiamo comunicare con chiunque, cambiare città, lavoro, identità digitale. Possiamo attraversare il mondo senza quasi muoverci. Eppure continuiamo a vivere dentro traiettorie predefinite.

La differenza è che oggi i binari possono essere dentro di noi. Non li vediamo. Li percorriamo, e spesso li scambiamo per libertà. Questa è forse la parte più oscura di Anna Karenina: non la domanda se Anna avrebbe potuto scegliere diversamente. La domanda è quanto spazio avesse, realmente, per immaginare una scelta diversa. Perché il destino più efficace non è quello che ci obbliga, ma è quello che ci convince che non esistano altre direzioni. Quanto della vostra traiettoria avete scelto davvero? E quanti dei binari che state percorrendo erano già lì, prima ancora che cominciaste a camminare? Fatemi sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

4 risposte a “La traiettoria del binario, il fatalismo clinico di Anna Karenina e la trappola del destino 🚂”

  1. Avatar Nick Shadow

    Finalmente leggo qualcosa su Anna Karenina che vada al di là della lettura da soap opera che impesta anche gli esegeti più progressisti!
    Molte felicità!

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie di cuore. È sempre desolante vedere come persino la critica più “progressista” finisca per cascare nella trappola del moralismo o del romanticismo da fotoromanzo, ignorando l’ingranaggio determinista e la morsa della società che Tolstoj ha descritto con precisione chirurgica. Riconoscere la gabbia è il primo passo. A presto! 🕸

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  2. Avatar marisa salabelle

    Complimenti, una bella lettura del romanzo

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie marisa! Contentissima che l’analisi sia arrivata dritta al punto. A presto! 🩶

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