Il palazzo di cristallo e il demone dell’ansia: perchè la felicità sociale è un’impostura 👺

Impulso di scrittura giornaliero
Qual è un luogo comune sulla felicità che secondo te è sbagliato?

Esiste un’industria miliardaria che si nutre del vostro senso di inadeguatezza. È l’industria della felicità preconfezionata, dell’estetica del benessere, della serenità da esposizione. Ve la vendono ogni giorno attraverso schermi retroilluminati: routine mattutine millimetriche, sessioni di meditazione rassicuranti, immagini sature di spiagge esotiche, case impeccabili, esistenze che sembrano non conoscere l’attrito della gravità. Vi sussurrano che per stare bene basta formattare il pensiero, eliminare il negativo, respirare a fondo. O, più banalmente, comprare un nuovo paio di scarpe per anestetizzare il vuoto per qualche ora.

È una messinscena feroce. Un’anestesia sociale progettata per tenervi buoni, mansueti e, soprattutto, produttivi. Ma la verità non si rivela mai sotto la luce artificiale dei salotti lindi. Si rivela nell’ombra, quando l’ingranaggio si rompe.

Ho capito che questa narrazione mi faceva schifo nel modo più violento possibile: quando mi sono ammalata. Quando il corpo e la mente hanno presentato il conto, e mi sono ritrovata da sola ad affrontare il buio fitto dell’ansia, della depressione, del sentirsi completamente perduti. Mentre il mondo fuori continuava a esibire la sua pornografia della spensieratezza, io ero immobile, intrappolata nel labirinto. Ci sono voluti mesi di ricerche estenuanti, mesi di vicoli ciechi, prima di trovare un professionista vero, un terapeuta in grado di scendere con me in quell’inferno e darmi le risposte di cui avevo disperatamente bisogno.

Spiral stone staircase inside an ancient stone tower with torchlight and glowing mushrooms
A mysterious spiral stone staircase illuminated by flickering torches and glowing mushrooms

Ricordo la sensazione claustrofobica di stare male e, nello stesso momento, guardare la televisione o i social che ti propongono la ricetta magica per “ritrovare te stessa”. Ricordo l’impatto brutale di sedersi di fronte a un terapeuta e sputare la verità più indicibile: «La mia vita fa schifo. Guardo gli altri e vedo solo viaggi, belle macchine, esistenze meravigliose. Io, invece, faccio fatica anche solo a tenere insieme i pezzi». In quel preciso istante, nel punto più basso della mia vulnerabilità, l’inganno si è svelato. Ho compreso che la perfezione esibita dagli altri non era un traguardo, ma una prigione di specchi. Ho smesso di chiedere scusa per le mie crepe. Ho imparato ad accettarmi, a capire che non sono perfetta, e che in fondo va bene così. La mia guarigione è iniziata quando ho smesso di voler guarire secondo le regole degli altri.

Questo mio passaggio dinastico tra le fiamme dell’ansia trova il suo riflesso più alto e inquietante nella letteratura. Nel 1864, Fëdor Dostoevskij scriveva le Memorie dal sottosuolo, scagliandosi con ferocia contro i filosofi del positivismo che sognavano di rinchiudere l’umanità in un perfetto “Palazzo di Cristallo”: un luogo geometrico dove la scienza e la ragione avrebbero eliminato ogni dolore, ogni sofferenza, ogni anomalia. Una società di uomini perfettamente felici, sani e pacificati.

L’uomo del Sottosuolo rifiuta questa felicità obbligatoria. Ci sputa sopra. Sostiene che l’essere umano, pur di affermare la propria unica, disperata individualità, è disposto a scegliere intenzionalmente la distruzione, la malattia, il caos e il proprio stesso svantaggio. Scrive Dostoevskij: «L’uomo ama soffrire? Non saprei, ma sono sicuro che non rinuncerebbe mai alla sofferenza. La sofferenza è l’unica causa della coscienza. E la coscienza è l’unica vera forma di vita, anche se ci conduce all’inferno». L’ansia e la depressione che la società correttiva cerca di curare con le tisane e il pensiero positivo sono spesso il segnale che la vostra coscienza si sta ribellando al Palazzo di Cristallo. È il vostro Sottosuolo che grida.

Se Dostoevskij ci mostra la necessità del tormento, Friedrich Nietzsche ci spiega come trasformarlo in sovranità intellettuale. Per Nietzsche, la ricerca della “pace interiore” o dell’assenza di dolore è l’aspirazione dei mediocri, dei “tanti, troppi” che cercano solo il comfort dell’allevamento.

La vera felicità, per gli spiriti liberi, non è la quiete del mare calmo: è l’intensità della tempesta. È il sentimento che la tua potenza aumenta, che una resistenza è stata affrontata e superata. È il concetto dionisiaco dell’Amor Fati: amare il proprio destino non perché sia comodo o privo di ferite, ma perché è *tuo*. Con tutti i suoi abissi, le sue malattie e le sue vittorie silenziose.

La felicità dei Diversi non è l’assenza di cicatrici, ma l’orgoglio di averle trasformate in armature. Il grande luogo comune sulla felicità è che essa coincida con l’ordine, con la stabilità, con l’eliminazione dei problemi. È falso. Quella si chiama lobotomia. La vera forza, l’unica che meriti di essere perseguita, nasce dalla capacità di abitare la propria imperfezione senza farsi distruggere dal confronto con le vite di plastica degli altri. Essere spezzati non significa essere sconfitti. Significa essere vivi in un mondo di automi.

Vi siete mai sentiti colpevoli per il vostro dolore mentre il mondo intorno a voi esigeva sorrisi e colazioni fotogeniche? Avete mai dovuto fare il deserto intorno a voi per ritrovare la vostra verità nel fondo di una stanza di terapia? Raccontatemi il vostro Sottosuolo. La Stirpe si riconosce dalle sue ferite.

Alice Tonini

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Cattedrali gotiche: un viaggio nel labirinto della mente ⛪️

Lettori dell’ignoto, bentrovati. Entrare in una cattedrale gotica del XII secolo non era un atto di devozione passiva, ma un’immersione in un codice matematico progettato per riprogrammare la percezione. Se la facciata è il confine tra il profano e il sacro, il pavimento è la mappa del mondo interiore. Non parliamo di decorazione, ma di geometria sacra.

C’è un momento, entrando in una cattedrale gotica, in cui il respiro si ferma. Non è fede. È fisica. È il peso di tonnellate di roccia che sembrano sfidare la gravità, trascinando lo sguardo verso l’alto mentre i piedi restano ancorati a un suolo che nasconde segreti millenari.​ Le cattedrali non sono state costruite per accogliere fedeli, ma per imprigionare il sacro e costringere l’uomo a misurarsi con l’infinito. E al centro di questo dispositivo di potere e bellezza, spesso giace lui: il Labirinto.

Contrariamente a quanto ci insegna il mito di Teseo, il labirinto delle cattedrali non è un luogo dove ci si perde. È un unicursale: c’è una sola via, un solo filo che conduce al centro.​ La maggior parte delle persone non comprende che il labirinto non serve a confondere, ma a restituire il ritmo. Camminare sui suoi marmi significa accettare che la linea retta è un’illusione della mente razionale. Per arrivare al nucleo di se stessi, bisogna accettare le curve, i ritorni, i vicoli ciechi apparenti. È la metafora perfetta della salute mentale: non è un guasto da riparare, è un percorso da camminare fino in fondo, anche quando sembra di tornare al punto di partenza.

Il labirinto più celebre, quello della Cattedrale di Notre-Dame di Chartres (1200 circa), è un cerchio di quasi 13 metri di diametro inserito nella navata. La sua struttura a 11 cerchi concentrici non è un gioco: veniva chiamato Chemin de Jérusalem. Per chi non poteva permettersi il pellegrinaggio in Terra Santa, percorrere quegli 261 metri di marmo bianco e bluastro sulle ginocchia era il “viaggio sostitutivo”. Ma c’è un dettaglio tecnico che la maggior parte delle persone ignora: la distanza tra il portale d’ingresso e il centro del labirinto è esattamente identica all’altezza della vetrata del Rosone occidentale. Se la facciata “cadesse” verso l’interno, il Rosone si sovrapporrebbe perfettamente al labirinto. La luce celeste e il percorso terreno sono la stessa cosa.

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A Reims, il labirinto (purtroppo distrutto nel XVIII secolo perché i canonici erano infastiditi dai bambini che ci giocavano durante la messa) aveva agli angoli i ritratti degli architetti: Jean d’Orbais, Jean-le-Loup, Gaucher de Reims e Bernard de Soissons. Qui il labirinto celebrava l’intelligenza umana capace di imitare l’ordine divino. Era un monito: per costruire la Cattedrale del sé, servono maestri, rigore e una logica ferrea.

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Ad Amiens, il labirinto è ottagonale. L’otto è il numero della resurrezione, dell’ottavo giorno oltre la creazione. Percorrere l’ottagono di Amiens significava uscire dal tempo lineare per entrare nel tempo dell’eterno.

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L’architettura gotica è un’architettura della luce, ma una luce filtrata, ferita dalle vetrate, che trasforma lo spazio in un immenso organismo vivente.​ Parliamo di misticismo geometrico: ogni arco, ogni guglia risponde a proporzioni matematiche che l’uomo medievale considerava divine.​ Entrare in una cattedrale significa entrare nel cranio di un gigante. Il riverbero del suono, l’altezza vertiginosa delle navate, tutto è progettato per farti sentire piccolo, ma parte di un ordine immenso.

Se ci spostiamo a Ravenna, nella Basilica di San Vitale, troviamo un labirinto di epoca bizantina vicino all’altare. Qui le frecce indicano il percorso verso il centro, ma una volta arrivati, non c’è una via d’uscita agevole. Il messaggio è brutale: l’estasi e la conoscenza non sono un punto di arrivo confortevole, ma un luogo di stasi dove bisogna imparare a vivere. La cattedrale non ti “libera” dal labirinto; ti insegna che tu sei il labirinto.

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Perché siamo così affascinati da questi luoghi, anche se ci professiamo atei o disincantati? Perché le cattedrali sono le ultime fortezze del mistero. In un mondo che vuole spiegare tutto, mappare tutto, diagnosticare tutto, la cattedrale resta muta. ​Il labirinto sul pavimento ci ricorda che la conoscenza di sé non è un’acquisizione intellettuale, ma un’esperienza fisica, faticosa, spesso solitaria. Non si “capisce” un labirinto; lo si percorre. Non si “guarda” una cattedrale; la si subisce

Le cattedrali sono state costruite con la tecnica del “sesto acuto”, che permetteva di scaricare il peso sui contrafforti esterni, liberando le pareti per le vetrate. È la forma definitiva di strategia: per elevare il pensiero, devi imparare a scaricare il peso delle tue angosce su strutture esterne solide (la scrittura, la ricerca, la disciplina) affinché la tua anima possa permettersi di essere “trasparente” alla luce. La ricerca è il contrafforte della tua mente. Senza lo studio rigoroso di queste pietre, il tuo misticismo sarebbe solo fumo. Con la ricerca, esso diventa una cattedrale.

Costruire una cattedrale richiedeva secoli. Chi posava la prima pietra sapeva che non avrebbe mai visto la guglia finita. Questa è la lezione di alto livello che dobbiamo recuperare: la capacità di lavorare su progetti che ci superano, di abitare un tempo che non è quello frenetico del consumo, ma quello lento della pietra.​ Il tuo mondo interiore è la tua cattedrale. Il tuo ADHD, le tue visioni, le tue paure sono i pilastri che reggono la volta. Non cercare di abbatterli per fare spazio a un ufficio moderno e funzionale. Impara a camminare nel tuo labirinto. Il centro è lì che ti aspetta, ma non ha fretta. ​E tu, a che punto del tuo labirinto ti trovi oggi? Sei vicino al centro o hai paura di svoltare l’angolo?

Alice Tonini

6 risposte a “Cattedrali gotiche: un viaggio nel labirinto della mente ⛪️”

  1. Avatar ziokos

    Bel post, complimenti.
    Da parte mia devo dire che ogni volta che entro in una cattedrale così mi chiedo come possa essere possibile che gli uomini medievali siano riusciti a costruirle così maestosamente belle e , come hai ben descritto tu, cariche di significato spirituale.
    Pregare lì ha un gusto del tutto particolare perché tutto dentro di te tende a elevarsi verso l’alto.
    Grazie ancora e buona giornata ☺️

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    1. Avatar Alice Tonini

      Hai toccato il cuore del gotico. Quelle cattedrali non erano solo edifici, ma veri e propri elevatori spirituali: ogni arco, ogni vetrata e ogni linea verticale erano studiati per strappare l’uomo dalla terra e costringerlo a guardare verso l’alto. Pregare lì dentro significa abitare uno spazio dove la materia si fa spirito. Grazie di cuore per questo splendido spunto e buona giornata anche a te! 😇

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  2. Avatar Pim

    Adoro le cattedrali in stile gotico fiammeggiante che tappezzano la terra francese. Al tuo elenco aggiungo quelle di Bourges, di Tours e di Le Mans. Possiedono tutte delle vetrate incantevoli. Ciao Alice, buon pomeriggio.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Che splendide aggiunte. Bourges e Le Mans, in particolare, sono veri e propri capolavori in cui la transizione della luce tocca vette indescrivibili: le loro vetrate storiche filtrano il sole trasformando lo spazio interno in una teologia visiva. Il gotico fiammeggiante, con le sue linee che sembrano muoversi come fiamme nella pietra, è forse il punto in cui la materia ha cercato con più audacia di farsi aria. Grazie per questo prezioso contributo. Buon pomeriggio a te e a presto tra queste righe! 🔥

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  3. Avatar Celia

    “Il tuo mondo interiore è la tua cattedrale. Il tuo ADHD, le tue visioni, le tue paure sono i pilastri che reggono la volta. Non cercare di abbatterli per fare spazio a un ufficio moderno e funzionale. Impara a camminare nel tuo labirinto. Il centro è lì che ti aspetta, ma non ha fretta”.

    ❤️

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    1. Avatar Alice Tonini

      Mi hai tolto il fiato. Hai visto perfettamente la fatica e la bellezza di questa architettura interiore. Grazie per aver capito così a fondo. Un abbraccio forte. 🖤

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Thackeray e il dilemma morale in Vanity Fair 🎪

Lettori del mistero, bentrovati. Esiste un luogo, sospeso tra la realtà cruda della Londra del XIX secolo e l’incubo allegorico, dove l’anima non è che una merce di scambio. Nel 1847, William Makepeace Thackeray ha smesso di nascondersi dietro pseudonimi giornalistici per rivelare al mondo la sua visione più oscura: Vanity Fair.

Il titolo non è un caso. È un richiamo velenoso a John Bunyan e al suo Pilgrim’s Progress, dove la “Fiera della Vanità” era il luogo della distrazione peccaminosa dal cammino verso il Paradiso. Ma Thackeray non è interessato alla salvezza eterna. Gli interessa l’inferno che costruiamo qui, sulla terra, tra un inchino, un applauso e un debito non pagato.

In copertina, l’autore ci accoglie con un’immagine che è già un presagio: un saltimbanco stanco, con una parrucca storta, che fissa malinconico uno specchio rotto. Ai suoi piedi, un baule di oggetti di scena da cui è caduta una bambola. Questo “Manager della Performance” sarà la nostra guida intermittente. Non è un eroe, non è un giudice; è un uomo che sa quanto sia faticoso mantenere la maschera quando il trucco inizia a colare.

Thackeray scriveva mentre la follia gli portava via la moglie e il peso di crescere due figlie da solo gli scavava il volto. La sua tristezza è il carburante di questo romanzo: un’indagine torbida sui dilemmi morali dove nessuno è davvero innocente.

La fiera si apre con l’uscita dall’accademia di Miss Pinkerton di due giovani donne. I loro bagagli sono la prima lezione di realismo sociale: Amelia Sedley che possiamo allegoricamente indicare come il “sentimento”. Figlia di un ricco mercante, destinata a un matrimonio di convenienza che scambia per amore. È la dolcezza che rischia di diventare cecità. Poi abbiamo Becky Sharp: che invece incarna lo “spirito” (o meglio, lo Spunk). Figlia di un insegnante di disegno e di una ballerina d’opera francese. Non ha dote, non ha protezione. Ha solo la sua intelligenza affilata come un bisturi e una mancanza assoluta di scrupoli. Se Amelia è Melania Hamilton, Becky è Rossella O’Hara prima che il cinema la rendesse un’icona romantica. Becky è la sopravvissuta che gioca d’azzardo con la propria reputazione.

Entrare nell’animo di queste donne è un viaggio in un territorio d’ombre. La novella ci trascina tra matrimoni fallimentari, maternità vissute come pesi o strumenti di potere, e la costante minaccia della rovina finanziaria. Ci divertiremo, con un piacere quasi perverso, a osservare il vuoto George Osborne, il credulone Jos Sedley o il venale Lord Steyne. Ma il vero enigma resta lei: Becky. Perché continuiamo a fare il tifo per lei nonostante le sue manipolazioni? Forse perché è l’unica ad aver capito le regole del gioco in un mondo che punisce la verità.

Verso la fine, il nostro narratore ci rivolge la domanda definitiva, quella che dovrebbe toglierci il sonno: “Chi di noi è felice in questo mondo? Chi di noi ha ciò che desidera? O, avendolo, ne è soddisfatto?” Vanity Fair è lo specchio rotto in cui ci riflettiamo ogni giorno. È la fiera dove tutti rotoliamo in cerca di applausi, dimenticando che, alla fine della fiera, siamo tutti burattini pronti a tornare nel baule. E tu, quale desiderio stai inseguendo mentre la tua anima va all’asta?

Alice Tonini

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Il Miracolo di San Gennaro: sacro e spaventoso 🩸

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, chiudiamo maggio tornando alla materia più sacra e spaventosa che esista: il sangue. A Napoli, tre volte l’anno, il tempo si ferma davanti a due ampolle. Il sangue di un martire del IV secolo, solido come roccia, deve farsi fluido. Se non accade, la storia ci dice che arrivano le catastrofi: pestilenze, terremoti, guerre.

Ma cosa stiamo guardando davvero? Un miracolo divino o la messa in scena di una necessità umana? La scienza ha provato più volte a profanare il mistero. L’ipotesi più accreditata è la tissotropia: alcune sostanze (come un mix di cloruro ferrico e carbonato di calcio, sostanze disponibili nel Medioevo) diventano fluide se agitate e solide se lasciate a riposo. Ma la spiegazione tecnica, per quanto affascinante, manca il punto. Il punto non è come si scioglie, ma perché abbiamo bisogno che lo faccia. Dobbiamo essere onesti: il culto di San Gennaro è quanto di più lontano esista dal cristianesimo razionale e “pulito” del Nord Europa. È un cristianesimo delle viscere. Gennaro non è un concetto teologico; è un corpo che è stato decapitato. Il rito della liquefazione non celebra la risurrezione dello spirito, ma la resistenza della carne. Per i fedeli, quel sangue non si scioglie per dimostrare che Dio esiste, ma per gridare che la morte è stata sconfitta sul suo stesso terreno: la materia. È un cristianesimo che non ha paura di toccare il sacro con le mani sporche.

San Gennaro non è solo un santo; è il garante di un equilibrio precario. Il suo sangue è il termometro di una città che vive all’ombra di un vulcano e che ha bisogno di sapere, periodicamente, che il “patto” è ancora valido. Napoli è l’unica città al mondo dove il popolo “insulta” il proprio santo (le famose Parenti di San Gennaro) per sollecitarlo a compiere il prodigio. Questo rapporto non è sottomissione, è negoziazione. Queste donne non adorano un dio distaccato; interpellano un familiare. Quando urlano al Santo “Faccia gialla, facci il miracolo!”, non stanno recitando un inno, stanno esercitando un diritto di sangue. Questo è il cuore del paradosso cristiano napoletano: l’idea che l’uomo possa “costringere” il divino attraverso l’insulto e la supplica. Non è la sottomissione timorosa del pagano davanti all’idolo; è l’audacia del cristiano che sa di essere figlio (o parente) di un Dio che si è fatto uomo e che, quindi, può essere richiamato ai suoi doveri. È un’intimità violenta che nessun’altra religione possiede

Il potere, sia esso quello della Chiesa o quello dello Stato, ha sempre guardato a questo rito con sospetto e timore. Se il sangue si scioglie, l’ordine è mantenuto. Se il sangue resta solido, il popolo si sente autorizzato alla rivolta, alla disperazione, al caos. Il miracolo è lo strumento con cui il sacro “gestisce” l’irrazionalità delle masse. È la prova che il potere ha bisogno del mistero per legittimare se stesso.

Come scrivevo per la Pizia di Delfi all’inizio di questo mese, il confine tra l’inganno dei sacerdoti e la verità del prodigio è sottile. San Gennaro è il discendente diretto dei culti dionisiaci che abbiamo esplorato: è l’irruzione della vita (il sangue fluido) nel regno della morte (la reliquia). È la carne che si rifiuta di restare cenere. Se l’Eucarestia è il mistero del pane che diventa corpo, la liquefazione è il mistero del corpo che torna a essere vita fluida. Per il napoletano, vedere il sangue che si scioglie è una “comunione oculare”. È la prova fisica che il sacrificio del martire è ancora efficace, qui e ora. In questo senso, San Gennaro è “troppo” cristiano: estremizza l’incarnazione fino a renderla scandalosa. Ricorda che il cristianesimo delle origini era accusato di cannibalismo proprio per questo legame ossessivo con il sangue e il corpo. A Napoli, quel cristianesimo radicale e carnale non è mai morto.

Spesso aspettiamo un “segno” esterno per capire se siamo sulla strada giusta. Aspettiamo che il nostro “sangue” si sciolga, che l’ansia si fluidifichi in azione, che il destino ci dia il via libera. Ma la lezione di San Gennaro è che il miracolo richiede agitazione. Non accade stando fermi a guardare l’ampolla. Bisogna scuotere il sistema, urlare contro il proprio santo, pretendere che la materia risponda alla volontà.

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Questo approccio cambia tutto. Mi fa capire che la mia scrittura, la mia ricerca, non può essere solo un esercizio intellettuale “pulito”. Deve essere un atto di fede nel senso più brutale: devo smettere di chiedere “per favore” al mio talento o alle mie intuizioni. Come le “Parenti” nel Duomo, devo imparare a pretendere che la mia materia interiore si sciolga, che le mie idee diventino sangue vivo e non restino croste secche in un’ampolla di carta. La fede, in se stessi, in un progetto, in una visione, non è un’attesa passiva. È una pretesa gridata. È il coraggio di essere “blasfemi” pur di ottenere il miracolo.

Alice Tonini

3 risposte a “Il Miracolo di San Gennaro: sacro e spaventoso 🩸”

  1. Avatar ziokos

    Bel post, sorprendente 👏
    Complimenti e buona giornata

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie mille, felice che ti abbia sorpreso! Dietro le tradizioni che pensiamo di conoscere si nascondono spesso i risvolti più oscuri e affascinanti. Buona giornata anche a te e a presto! 🩸

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La Bestia del Gevaudan: anatomia di un mostro di Stato 🧌

Cari lettori del mistero e dell’ignoto,Tra il 1764 e il 1767, una creatura non identificata massacrò più di cento persone nel Gévaudan in Francia. Ma la vera ferocia non stava nelle zanne della bestia, quanto nell’inchiostro dei giornali dell’epoca e nei corridoi di Versailles.

In un’epoca che si autoproclamava “razionale”, come ha potuto un animale, fosse esso un lupo abnorme, una iena o un ibrido addestrato, tenere in scacco l’esercito del Re Sole e l’opinione pubblica europea? La risposta è semplice: il mostro serviva. La Francia era appena uscita dalla disastrosa Guerra dei Sette Anni. Il prestigio di Luigi XV era ai minimi storici, l’economia era a pezzi e il popolo era inquieto. La Bestia arrivò come una benedizione mediatica.

La Gazette de France trasformò un predatore locale in una minaccia metafisica. Perché? Perché la paura collettiva è il collante più potente per il controllo sociale. Finché il popolo trema per un mostro nei boschi, non ha tempo di affilare le ghigliottine per chi siede sul trono. Il “mostro” era l’arma di distrazione di massa del Settecento.

Quando il Re inviò i suoi migliori cacciatori e l’esercito, non cercava solo di proteggere i pastori. Cercava una vittoria simbolica. La prima “morte” della Bestia, per mano del portarchibugio del Re, Antoine de Beauterne, fu un’operazione di pubbliche relazioni: portarono un grosso lupo impagliato a Versailles, dichiararono finita l’emergenza e incassarono il consenso. Peccato che la Bestia continuasse a uccidere.

Il potere preferisce una bugia rassicurante a una verità complessa. La Bestia smise di essere un problema politico solo quando un nobile locale, Jean Chastel, la abbatté con pallottole d’argento benedette. Un finale perfetto per una storia di superstizione, che metteva fine a un imbarazzo che stava diventando ingestibile per la monarchia.

Chi era davvero la Bestia? Alcuni ipotizzano che fosse un animale esotico addestrato da un sadico locale, protetto da influenze potenti. Ma questo conta poco. Ciò che conta è che la Bestia ha dimostrato come il potere si nutra dell’eccezione. Il sistema crea o alimenta il “mostro” (il nemico esterno, la minaccia oscura, l’emergenza perenne) per giustificare misure eccezionali e per riaffermare la propria necessità. Senza il lupo, a cosa serve il cacciatore del Re?

Oggi la Bestia ha cambiato forma, ma il meccanismo è identico. Ci vendono emergenze quotidiane, ci spingono a guardare con terrore verso “i boschi” mentre nelle stanze dei bottoni si decide il nostro futuro. Ho passato anni a temere i miei “mostri” interiori, le mie inadeguatezze, le mie deviazioni dal percorso accademico canonico, senza rendermi conto che quella paura mi rendeva manipolabile. Mi teneva ferma, in attesa che qualcuno mi dicesse che “il lupo era stato ucciso”. In “L’Eco della Specie Perduta”, l’OMT non è diversa dal governo di Luigi XV: gestisce il segreto e il terrore per mantenere l’ordine.

La lezione della Bestia è che l’unico modo per non essere divorati è smettere di credere alla narrazione del cacciatore. Bisogna guardare oltre la zanna e cercare chi tiene il guinzaglio.

Alice Tonini

2 risposte a “La Bestia del Gevaudan: anatomia di un mostro di Stato 🧌”

  1. Avatar Domenico Mortellaro

    Il sistema poi negli anni ha creato attentati

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    1. Avatar Alice Tonini

      Esattamente. Cambiano i secoli e i palcoscenici, ma il copione della “fabbrica della paura” resta identico. Creare o cavalcare il mostro, che sia una bestia nelle foreste o un ordigno in una stazione, serve da sempre a serrare i ranghi del potere. Felice che tu abbia colto questo filo rosso.💪🏻👍🏻

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