Ascolta la loro risata: perchè la notte di Valpurga non è mai finita 🧙🏻‍♀️

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è una notte, tra il 30 aprile e il 1° maggio, in cui il velo che separa questo mondo dall’Altrove si assottiglia fino a diventare trasparente. Non è la notte rassicurante delle candele e dei fiori, ma quella del fuoco che divora e del vento che porta con sé echi di risate che non hanno nulla di umano. È la Walpurgisnacht, la Notte di Valpurga.

Mentre il mondo “civile” si prepara a festeggiare la festa del lavoro o l’arrivo della primavera, sulle vette del Brocken, la cima più alta dei monti Harz in Germania, si consuma un rituale che la memoria degli uomini ha tentato invano di cancellare. Immaginate la nebbia fitta che avvolge le rocce di granito. Immaginate il freddo che morde le ossa. È qui che, secondo il folklore più oscuro, le streghe giungono in volo, cavalcando caproni e scope fatte di rami di salice, lo stesso salice magico che abbiamo incontrato in Tessaglia.

Non è una festa. È un sabba. È il momento in cui l’ordine viene ribaltato. Le sentite? Se chiudete gli occhi e ascoltate il sibilo del vento tra i rami secchi, le sentirete ridere. È un riso stridente, antico, che schernisce le vostre leggi, le vostre religie, la vostra pretesa di aver “addomesticato” l’ignoto. Esse ridono perché sanno che, nonostante le vostre luci elettriche, il buio è ancora il padrone del mondo. La Notte di Valpurga è il momento in cui l’Inverno deve morire per lasciare spazio alla Primavera, ma questa transizione richiede un tributo. Gli antichi accendevano enormi falò per scacciare gli spiriti maligni, ma la tradizione è interpretata anche in modo ambivalente: il fuoco non serviva a cacciarli, ma poteva servire anche a onorarli, a nutrire quella forza selvaggia che permette alla vita di esplodere di nuovo.

​Il folklore della Walpurgisnacht non si limita al sabba, ma affonda le radici in rituali di protezione contadina estremamente specifici. Nelle zone montuose della Germania e della Scandinavia, il 30 aprile non era solo una festa, era una notte di assedio. La tradizione imponeva di appendere rametti di biancospino e cenere benedetta sulle porte delle stalle per impedire alle streghe di “mungere” il bestiame fino a farlo morire. I giovani dei villaggi praticavano il Peitschenknallen (lo schiocco delle fruste) e sparavano colpi a salve nell’aria: non era rumore casuale, ma una tecnica di “pulizia sonora” per spezzare l’incantesimo del volo magico e far cadere le streghe dalle loro scope prima che raggiungessero la vetta.

​Tra le leggende più cupe legate a questa notte, vi è quella che vede come protagonista Baubo. Se nella mitologia greca è la vecchia che fa ridere Demetra con gesti osceni, nel folklore del Brocken si trasforma in una figura terrificante: la vecchia che cavalca una scrofa gravida. Si dice che chiunque incroci il suo sguardo durante la salita verso la cima resti paralizzato, incapace di parlare per sempre, condannato a sentire il “riso di Baubo” rimbombare nella testa ogni volta che cala il sole. È la personificazione del lato grottesco e viscerale del femminile che la società ha cercato di soffocare, ma che a Valpurga torna a reclamare il suo spazio con una forza ferina.

Goethe, nel suo Faust, ci ha portato nel cuore di questa notte, mostrandoci Mefistofele che guida l’uomo tra i fuochi fatui e le ombre danzanti. Perché l’uomo ha bisogno di Valpurga? Perché ha bisogno di ricordare che dentro di sé batte un cuore nero, una scintilla di quel caos che ha generato l’universo. Questa connessione viscerale con la natura selvaggia e pericolosa è il fulcro di ciò che racconto ne “Il Richiamo”. Antonio, il protagonista, non sta cercando solo un’immagine: sta cercando quella vibrazione che scuote le foglie quando nessuno guarda. La Notte di Valpurga è il momento in cui il “Richiamo” diventa un urlo. Proprio come a Valpurga, ne Il Richiamo il bosco smette di essere uno sfondo e diventa un attore. Diventa quel luogo dove il sacro si confonde con il mostruoso.

Mentre approfondisco queste tradizioni, non posso fare a meno di notare come il bisogno umano di marcare il confine tra il caos e l’ordine sia universale. Che si tratti dei falò di Valpurga in Europa, delle celebrazioni di Beltane nelle terre celtiche, o dei riti di purificazione legati agli spiriti in remote zone dell’Asia, la struttura rimane identica. Le religioni cambiano i nomi ai demoni e ai santi, ma la paura della “soglia” resta la stessa.​Anche io, nella mia quotidianità, avverto questa necessità di proteggere i miei confini. La mia ansia è spesso legata a questa percezione: il timore che il velo si assottigli troppo e che ciò che cerco di tenere fuori, il vuoto, l’instabilità, l’imprevisto, possa irrompere nella mia vita. Studiare questi riti non è per me solo curiosità intellettuale, è un modo per riconoscere che non sono sola nel mio tentativo di arginare l’ignoto. Ogni cultura ha creato i suoi “schiocchi di frusta” per scacciare l’ombra; la terapia e la scrittura sono i miei personali rituali di protezione.

Chi accetta di ascoltare quel riso nel buio, chi ha il coraggio di guardare le streghe che danzano tra le fiamme, non torna più indietro. La sua anima è segnata per sempre dal fuoco del sabba. E voi? Avete il coraggio di uscire di casa questa notte? O preferite sprangare le porte e far finta che quelle risate fuori dalla vostra finestra siano solo il rumore del vento? Ditemi: qual è la vostra più grande paura legata al bosco e all’oscurità? Siete mai stati testimoni di qualcosa che la ragione non può spiegare?

Alice Tonini

3 risposte a “Ascolta la loro risata: perchè la notte di Valpurga non è mai finita 🧙🏻‍♀️”

  1. Avatar Pim

    Un post molto intrigante, provoca domande che restano in sospeso…
    La mia paura più grande non è quella di entrare nel bosco ma di non saperne più uscire.
    Ciao Alice.

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    1. Avatar Alice Tonini

      La paura di restare è, in fondo, il desiderio inconscio di trovarsi. Forse il bosco non è un luogo da cui fuggire, ma uno specchio in cui restare a guardarsi finché non smettiamo di essere degli estranei a noi stessi. Grazie per questo pensiero così intrigante, Pim!

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  2. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Il bosco è sempre un luogo magico in cui parliamo col profondo che spesso fatichiamo ad accettare in noi!

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Cagliostro, il maestro che l’inquisizione non è riuscita a spegnere 🔥

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, c’è un nome che ancora oggi, a distanza di secoli, fa tremare le fondamenta del dogma: Giuseppe Balsamo, meglio conosciuto come il Conte di Cagliostro. Per alcuni fu il più grande impostore della storia; per altri, l’ultimo dei grandi iniziati, colui che portava con sé i segreti del magnetismo egizio e l’elisir di lunga vita.

Ma chi era davvero l’uomo che incantò le corti d’Europa e finì i suoi giorni sepolto vivo nella rocca di San Leo?Cagliostro non vendeva solo fumo. Egli padroneggiava quel “potere segreto” di cui parlavamo a proposito di Epidauro e Orfeo. Fondatore della Massoneria di Rito Egizio, prometteva ai suoi seguaci una rigenerazione fisica e spirituale totale. Attraverso riti complessi e l’uso del magnetismo, Cagliostro sosteneva di poter riportare l’uomo al suo stato primordiale, libero dalle catene della materia.

Per molti, allora come oggi, si tratta di un imbroglione, un venditore di fumo, ma per molti non era un semplice truffatore in cerca di oro. Cagliostro era un catalizzatore. Dove arrivava lui, le certezze del potere crollavano. Curava i poveri gratuitamente, ridava speranza ai disperati e parlava di una libertà che l’Inquisizione non poteva tollerare.

Giuseppe Balsamo non nacque conte; se lo divenne, fu per pura forza di volontà e ingegno. Partito dai vicoli di Palermo, attraversò il Mediterraneo studiando l’alchimia in Egitto e i segreti del magnetismo a Malta, per poi riemergere nelle capitali europee come il Conte di Cagliostro. Non era un semplice salottiero: a Londra fu iniziato alla massoneria, a Parigi divenne l’idolo delle folle guarendo i malati che la medicina ufficiale aveva abbandonato. La sua “Massoneria Egizia” prometteva la rigenerazione fisica e morale: quaranta giorni di isolamento e riti ermetici per riottenere la purezza originaria. Ma il suo successo fu la sua condanna. Il coinvolgimento nell’oscuro “Affare della Collana” della regina Maria Antonietta, pur finendo con un’assoluzione, lo segnò come un elemento destabilizzante per la Corona e l’Altare

La sua caduta fu un’operazione chirurgica del potere. Tradito a Roma e consegnato all’Inquisizione, subì un processo farsa dove le sue doti vennero liquidate come ciarlataneria e la sua missione spirituale come eresia. La condanna a morte fu commutata in carcere a vita nella fortezza di San Leo, in una cella chiamata “il Pozzetto”: priva di porta, accessibile solo da una botola nel soffitto. Lì, l’uomo che aveva pranzato con i filosofi e consigliato i principi, fu lasciato a marcire nel silenzio, morendo nel 1795. Il sistema non voleva solo ucciderlo, voleva cancellare la prova che un uomo potesse elevarsi al di sopra della propria casta attraverso il segreto della conoscenza.

Perché la Chiesa ha impiegato tanta ferocia per distruggerlo? Perché Cagliostro aveva capito che il vero potere non risiede nelle istituzioni, ma nel risveglio individuale. Egli era l’anomalia nel sistema, la prova vivente che l’essere umano possiede facoltà che i “guardiani del mondo” preferiscono tenere nascoste. La sua fine nella prigione di San Leo, senza luce, senza contatti, trattato come un demone, non è stata una punizione per una truffa: è stata un’esecuzione rituale del libero pensiero. Il sistema ha tentato di cancellare non solo l’uomo, ma l’idea stessa che potesse esistere una “specie” diversa, capace di vedere oltre il velo.

Mentre scrivevo queste righe, non potevo fare a meno di pensare ai protagonisti de “L’Eco della Specie Perduta”. Anche loro, come Cagliostro, si trovano tra le mani un frammento di verità che il potere centrale, l’OMT, vuole tenere nascosto a ogni costo. Cagliostro cercava la rigenerazione egizia; Antonio e i suoi alleati cercano le tracce di un’origine che, se nelle mani sbagliate, cambierebbe la geografia del mondo.

Osservando la fine di Cagliostro, non posso fare a meno di notare quanto poco sia cambiato il mondo. Oggi non abbiamo più le celle di San Leo, ma abbiamo la livella spietata dei social media. Viviamo in una società che premia l’omologazione e punisce l’anomalia. L’outsider, colui che coltiva una visione propria e non allineata, viene oggi “carcerato” attraverso l’algoritmo, isolato dal disprezzo digitale o ridotto a macchietta. Come Cagliostro, chiunque osi proporre un “risveglio” che non sia preconfezionato dai brand o approvato dalla massa, viene visto come un pericolo. L’ansia che provo nel sentirmi spesso fuori posto è la stessa che probabilmente provava il Conte davanti ai suoi inquisitori: è la consapevolezza che il prezzo della libertà intellettuale è, ancora oggi, l’emarginazione. In un mondo che vuole tutti uguali e prevedibili, essere “strani” è l’ultimo atto di vera resistenza.

In fondo, la storia di Cagliostro ci insegna che non importa quanto sia splendida la luce che porti: se illumini troppo gli angoli bui del potere, il potere cercherà di spegnerti. E voi? Siete disposti a cercare la vostra rigenerazione, anche se il prezzo fosse diventare degli “emarginati” agli occhi della società? Credete che Cagliostro fosse un genio o solo un abile manipolatore del magnetismo umano? Lasciate un commento con la vostra visione. Nel prossimo post, ci prepareremo a danzare sul Brocken per la Notte di Valpurga.

Alice Tonini

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Sospesi nel vuoto, il segreto magnetico che la scienza ci nasconde (Eleusi #2) 🧲

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, siamo partiti dai santuari di Epidauro, ma per capire davvero come avveniva la guarigione dobbiamo risalire verso Nord, verso la Tracia. Questa regione semimitica, patria del leggendario Orfeo, è il grembo di un sistema mitologico dove medicina, astrologia e magia si fondono in un’unica scienza suprema: la dottrina del Magnetismo.

Orfeo, figura ambigua tra l’uomo e il dio, non ci ha lasciato solo poesie, ma la chiave per comprendere la “Legge della Natura”. È quella forza magica di attrazione e repulsione che tiene uniti i poli dell’universo, che guida il corso delle stelle e che genera, nel fragore del tuono e nel bagliore delle comete, la vita stessa.

Il magnete era il simbolo di questo potere. Plinio racconta di un pastore di nome Magnete che, sul monte Ida, scoprì la magnetite attaccata alla sua staffa. Ma per gli iniziati, il magnete era la “Pietra di Ercole”. Perché? Perché Ercole rappresenta il potere del produrre, la forma più alta di magnetismo.

Già nel I secolo, in Francia, si conoscevano le sue doti di bussola, ma il segreto era ben più profondo. Gli occultisti associavano il magnetismo alla bacchetta magica di Ermes, quella con cui il dio chiude o risveglia gli occhi dei mortali, alla bacchetta di suo figlio, Esculapio. Lo strumento con cui l’uomo diventa maestro della guarigione non è altro che un conduttore di questa forza invisibile.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nelle cronache antiche. Claudiano ci parla di templi dove le statue di Venere o di Marte (il guerriero che “ama il magnete”) rimanevano sospese nell’aria, fluttuando nel vuoto grazie a forze invisibili che i sacerdoti dell’Antico Egitto e di Samotracia dominavano con precisione chirurgica. Nelle ombre dei templi, scintille misteriose scoccavano da palle di bronzo sugli altari, fenomeni che oggi chiameremmo elettricità, ma che allora erano parte del sacro magnetismo.

Mentre i “profani” conoscevano solo le proprietà dell’ambra, i sacerdoti proteggevano il segreto della vibrazione universale. Secoli dopo, il grande alchimista Paracelso avrebbe ripreso queste verità: “L’uomo possiede qualcosa di magnetico in sé, senza cui non potrebbe esistere”. La guarigione, per Paracelso, non avveniva tramite sostanze, ma prendendo in prestito il potere dalle stelle. Sapeva che non è indifferente a quale polo un uomo si affida e che la malattia può essere scacciata solo posando il magnete nel suo centro di propagazione.

Siamo tutti legati al Sole e alle stelle da fili invisibili. Quello che accadeva nell’Abaton di Epidauro, tra il tocco dei serpenti e il sonno rituale, era forse un riallineamento magnetico dell’anima con il cosmo? E voi? Sentite mai quella forza che vi attrae o vi respinge verso certi luoghi o persone, senza una ragione logica? Siete pronti a riconoscere che siamo tutti magneti viventi, sospesi tra la terra e l’infinito?

Alice Tonini

3 risposte a “Sospesi nel vuoto, il segreto magnetico che la scienza ci nasconde (Eleusi #2) 🧲”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Eh la peppa, mica le sapevo tutte ste robe nascoste

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    1. Avatar Alice Tonini

      Visto? A volte la realtà supera di gran lunga la fantasia! La scienza ufficiale spesso ci dà solo i titoli di coda, ma è nel “vuoto” e in quello che non dicono che si nascondono le storie più incredibili. Felice di averti fatto scoprire questi nuovi pezzi di puzzle! 😉

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Verissimo

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Sei Odd o sei solo libera? Il prezzo della solitudine secondo Gail Godwin 👵🏻

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, cosa significa essere Odd? Nel 1893, George Gissing lo usava per definire le donne “eccentriche”, quelle che non rientravano nel calcolo perfetto del matrimonio. Nel 1974, Gail Godwin riprende quel termine e lo cuce addosso a Jane Clifford, una donna che vive nel cuore del Midwest ma che abita, costantemente, altrove.

Jane è un amalgama meraviglioso di intelligenza e immaginazione. Ha un Ph.D. su George Eliot, un amante sposato con cui organizza incontri discreti e una famiglia che è un campo minato di traumi: una madre che vede il cervello come un ostacolo al matrimonio e un patrigno la cui crudeltà le ha forato un timpano e ora le perseguita i sogni.

Tra populismo e avvertimento Jane è sospesa tra due mondi. Non riesce a essere la donna tradizionale, ma non riesce nemmeno a trasformarsi nella “donna accademica in carriera” che divora tutto. La sua vera indagine personale è tra i libri della biblioteca, ma riguarda una leggenda familiare: la prozia Cleva, fuggita con un attore girovago per poi morire sola, dopo aver scritto un ultimo, disperato messaggio: “Il cattivo mi ha lasciato”.

È qui che il romanzo di Godwin vira verso il mistero dell’identità. Jane non cerca solo fatti; cerca di capire se quella storia sia un’ispirazione o un monito. Nel suo viaggio a New York, tra incontri falliti e la ricerca del novantenne che interpretò quel “cattivo” decenni prima, cerca di dare una forma duratura alla sua vita, come il suo vicino di casa che tenta di estrarre dal pianoforte “qualcosa di forma e bellezza duratura”.

Le domande che tormentano Jane sono le nostre: come gestire la solitudine? Come difendersi dalle intrusioni esterne (che siano lo stalker “Enema Bandit” o le aspettative sociali)? Attraverso un caleidoscopio di donne, dalla femminista Gerda alla determinata Emily, Godwin ci mostra che ogni scelta ha un prezzo oscuro. Questa stessa ricerca di equilibrio tra l’ombra del passato e il desiderio di una vita propria è ciò che abbiamo esplorato con Medea. Se la donna greca scelse la distruzione per rivendicare sé stessa, Jane Clifford sceglie l’analisi e l’immaginazione. Ma il richiamo dell’abisso, quel desiderio di perdersi o di trovare una verità superiore, è lo stesso.

È la stessa tensione che agita Antonio ne “Il Richiamo”. Anche lui, come Jane, è un osservatore, lui con la macchina fotografica, lei con i testi di George Eliot. Entrambi devono decidere se restare ai margini a guardare il mondo o se immergersi in quella realtà corrotta e pericolosa dove i demoni, a volte, sono solo uomini che abbiamo amato troppo.

Personalmente, comprendo bene questo corpo a corpo con l’intangibile. Come Jane cerca risposte nei libri, io cerco di dare un nome alla mia ansia attraverso la terapia. È un lavoro metodico, a volte spossante, per impedire che le fobie, come il mio timore delle altezze o degli aghi, diventino muri invalicabili. Proprio come per Jane, l’indagine sulla propria mente non è un atto di debolezza, ma l’unico modo per non farsi rubare il futuro dai fantasmi del passato.Questa stessa ricerca di equilibrio tra l’ombra del vissuto e il desiderio di una vita propria è ciò che abbiamo esplorato con Medea. Se la donna greca scelse la distruzione per rivendicare sé stessa, Jane Clifford sceglie l’analisi e l’immaginazione. Ma il richiamo dell’abisso, quel desiderio di perdersi o di trovare una verità superiore, rimane lo stesso.

E voi? Vi siete mai sentiti “Odd”, spaiati rispetto al mondo che vi circonda? Qual è la leggenda familiare che perseguita i vostri passi? Scrivetelo nei commenti. A volte, dare un nome all’eccentricità è l’unico modo per non diventarne vittime.

Alice Tonini

14 risposte a “Sei Odd o sei solo libera? Il prezzo della solitudine secondo Gail Godwin 👵🏻”

  1. Avatar Celia

    Spaiata da sempre, ma negli anni ho trovato, qua e là, chi altrettanto spaiato si poteva comporre con me in modo bello e originale.
    Eccentricità è una parola che associo alla fisica, alle orbite irregolare ma non per questo meno funzionali 🪐💛

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    1. Avatar Alice Tonini

      👋🏻L’eccentricità in fisica è ciò che permette a un sistema di non collassare su se stesso. Essere “spaiati” significa aver rifiutato un incastro standard per cercarne uno magnetico. Le orbite irregolari sono le più affascinanti perché non sono prevedibili: richiedono più energia per essere mantenute, ma offrono una visuale sull’universo che chi sta “in riga” non vedrà mai. Continua a comporre il tuo caos in modo originale; è l’unica forma di ordine che valga la pena di abitare. 🪐

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  2. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Weirdo sì.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Sei “weirdo” finché cerchi l’incastro sbagliato. Ora che hai smesso di scusarti, sei solo pericolosamente libero. 💪🏻👍🏻

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Grazie ❤️ mi hai capito

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  3. Avatar Max Palmieri

    A casa mia si diceva che ogni generazione avesse ‘quello diverso’. Quello che non si adattava, che faceva domande scomode. Crescendo ho capito che non era una maledizione, ma un ruolo. E qualcuno doveva pur accettarlo.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Accettarlo è il primo passo; usarlo è il secondo. Quello che in famiglia chiamano “diverso” è in realtà l’unico organo di senso capace di percepire l’esterno. Non sei una maledizione, sei il sistema di ventilazione di una casa che stava soffocando nel suo stesso silenzio. Benvenuto tra chi ha smesso di chiedere scusa per le proprie domande scomode.

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  4. Avatar biondograno70

    …guai se non lo fossimo, che scopo potrebbe avere il vivere senza la diversità di un individuo… Domande, risposte… a volte indispensabili, altre inutili… Poi la differenza la fa chi un po’ se ne frega… Egoismo? bah secondo me è quella forma di salvaguardia.

    Poi… forse sono andata fuori tema, già…

    scusami, buona Pasquetta.

    m.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Ma quale fuori tema! Hai centrato il punto esatto: quello che alcuni chiamano egoismo, per noi è ecologia dell’anima. Senza quella “salvaguardia”, la diversità verrebbe mangiata dal rumore del mondo. Saper “fregarsene” è l’unico modo per proteggere l’incanto di essere spaiati. Non scusarti mai per le tue riflessioni, sono proprio queste le “domande indispensabili”. Un abbraccio (anche se fuori tempo massimo per la Pasquetta) 👍🏻💪🏻

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  5. Avatar valy71

    Mi sono misurata spesso con la solitudine in vita mia, succede ancora, ho imparato a considerarne gli aspetti positivi. Ci mette a contatto con le nostre risorse, si impara ad essere selettivi, a non riempire il vuoto con chiunque. Non mi fa più paura guardare in faccia il vuoto, lo attraverso tutto!
    Ciao Alice, ti abbraccio e ti auguro la buonanotte 🤗🌟😉

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    1. Avatar Alice Tonini

      Considerare la solitudine come una palestra per le proprie risorse è il salto di livello definitivo. Chi non ha più paura del vuoto è finalmente libero, perché non è più ricattabile dal bisogno degli altri. Grazie per queste parole così lucide e profonde. Un abbraccio, a presto!👑👋🏻

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  6. Avatar valy71

    Ti ringrazio tantissimo, davvero!
    A presto! 👑👋🏻💫

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  7. Avatar valy71

    Ti abbraccio anche io! 💞

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La letteratura del male: perchè l’ombra ci nutre? 🖤

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, abbiamo passato un mese intero tra rovine, veleni e divinità indifferenti. Eppure, siete ancora qui. La domanda sorge spontanea: perché siamo attratti da ciò che dovrebbe respingerci? Perché cerchiamo il “Male” nelle pagine dei libri e nelle pieghe della storia?

La risposta è scomoda: la letteratura del male non serve a spaventarci, ma a renderci interi. Come abbiamo visto con Arthur Machen, la realtà è un velo sottile. La letteratura oscura è lo strumento che usiamo per squarciarlo senza impazzire. È un “allenamento controllato” all’orrore. Jung chiamava questo territorio l’Ombra: tutto ciò che neghiamo di noi stessi: la violenza di Medea, l’ambizione di Giasone, il nichilismo di Lovecraft, trova rifugio nelle storie.

Se non leggessimo del male, saremmo costretti a viverlo. “Il mostro non vive sotto il letto. Il mostro è ciò che diventeresti se smettessi di guardare nell’abisso.”

Fin dai tempi di Epidauro e dei Misteri Eleusini, l’uomo ha capito che la luce non può esistere senza l’oscurità. Il male in letteratura è un catalizzatore di verità. Quando leggiamo delle Idi di Marzo, non stiamo solo leggendo di un omicidio; stiamo esplorando il tradimento che portiamo dentro.

Scrittori come Poe, Baudelaire o i moderni maestri del thriller non sono “malvagi”: sono chirurghi dell’anima. Aprono la ferita per vedere cosa c’è dentro. In questo mese abbiamo esplorato diverse forme di ombra. Abbiamo visto come il potere possa corrompere (Cesare), come il dolore possa trasformarsi in mostruosità (Medea) e come la conoscenza possa portare alla follia (Machen).È proprio questa tensione che anima il mio lavoro di scrittrice. In romanzi come “Il Richiamo” o “L’eco della specie perduta”, non cerco di dare risposte rassicuranti. Cerco di portarvi esattamente lì, sul bordo del precipizio, dove Antonio o i protagonisti delle mie storie devono decidere se soccombere al “richiamo” dell’oscuro o usarlo per evolvere.

Il mistero non è fuori di noi. È la trama stessa della nostra esistenza. Il blog di questo mese è stato un viaggio iniziatico: siete partiti come turisti della paura e spero che ne usciate come consapevoli cercatori di verità.E voi? Quale di queste storie vi ha fatto più paura? Quale ombra avete riconosciuto come vostra? Scrivetelo nei commenti, se avete il coraggio di ammetterlo. Alla prossima.

Alice Tonini

6 risposte a “La letteratura del male: perchè l’ombra ci nutre? 🖤”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Beh, che Poe potesse essere malvagio…

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    1. Avatar Alice Tonini

      ​Il punto non è se Poe fosse un “uomo malvagio” secondo i canoni della morale comune, ma che abbia avuto il coraggio di dare una voce, una forma e una logica alla malvagità. Poe non subisce l’ombra: la seziona. Quando scrive “Il gatto nero” o “Il cuore rivelatore”, non sta chiedendo pietà, sta dimostrando che l’orrore è un meccanismo di precisione. Nutrirsi dell’ombra significa proprio questo: smettere di giudicare il mostro per iniziare a studiarne l’anatomia.

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      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Non per niente mibè molto più maestro di Lovecraft

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  2. Avatar tramedipensieri

    L’ombra mi portarà .al-la luce? L’ombra vive anche senza luce? L’ombra si maschera di luce? Che mistero potrà mai contenere l’ombra di un fiore? …

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    1. Avatar Alice Tonini

      L’ombra non ti “porta” alla luce, l’ombra è il negativo della luce: non esiste l’una senza l’altra. Ma mentre la luce abbaglia e nasconde i dettagli, l’ombra è onesta, rivela la forma vera delle cose. Anche un fiore ha una sua parte oscura, la radice che affonda nel fango per permettere il profumo. Il mistero che contiene? È la prova che la bellezza non è mai gratuita, ma ha sempre un debito con l’oscurità. Non aver paura del buio, abbi paura di chi finge di non proiettare ombre. 🖤💯

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      1. Avatar tramedipensieri

        Le mie erano domande gettate nell’immediatezza della lettura.
        In ogni modo non penso che l’ombra sia onesta: perchè vedo la mia allungata rispetto alla mia reale altezza? (per dire…lo che dipende dall’incidenza del raggio solare). L’ombra ne descrive il contorno ma non il contenuto (come si legge) quindi potrebbe benissimo essere l’ombra di qualcun altra.
        Il fatto è che non riesco a staccare la definizione scientifica da quella poetica.
        L’ombra “porta alla luce” penso alla meridiana.

        Grazie per esserti dilungata per rispondere alla mie semplici domande.

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