Halloween: la festa di ciò che fingiamo di non essere 👻

Il mostro non nasce nel buio, il buio serve soltanto a nasconderlo. Ogni anno, alla fine di ottobre, riempiamo le vetrine di zucche illuminate, scheletri, streghe, vampiri e corpi divorati dalla morte. Disegniamo sangue sui muri. Indossiamo maschere. Bussiamo alle porte chiedendo dolci. Per una notte, il mostro diventa consentito. Possiamo essere ciò che per il resto dell’anno dobbiamo fingere di non essere.

Ed è proprio questo il punto, Halloween non è interessante perché ci permette di giocare con la paura. È interessante perché ci permette di darle un volto. Per qualche ora trasformiamo l’angoscia in una creatura con i denti, la morte in uno scheletro, l’ignoto in una strega. Poi arriva novembre e la maschera torna nel cassetto, il mostro torna dove lo abbiamo sempre tenuto: fuori da noi. O almeno così ci piace pensare.

Prima delle zucche arancioni e delle feste in costume esisteva una stagione diversa. Halloween appartiene a una lunga stratificazione di tradizioni, cristiane e precristiane. Il suo nome deriva da All Hallows’ Eve, la vigilia di Ognissanti, mentre nella cultura popolare moderna è spesso collegato alle celebrazioni di fine raccolto associate a Samhain. Al di là delle semplificazioni con cui oggi raccontiamo queste origini, rimane un elemento fondamentale: la soglia. La fine del raccolto, l’ingresso nella stagione oscura, il passaggio, la separazione fra ciò che appartiene al mondo dei vivi e ciò che viene collocato dall’altra parte.

Shadowy creatures erupt from a cracked street in a modern city
A quiet downtown crossing is disrupted by a dramatic mass of shadowy creatures surging from the cracked street.

È questo che rende così potente il simbolismo di Halloween. Non celebriamo soltanto il mostro, celebriamo il momento in cui il confine si assottiglia e ogni società ha bisogno di confini, perché senza un “noi” è difficile costruire un “loro”. Il mostro serve a una funzione molto precisa: indica il limite. Questo è normale e quello è anormale. Questo appartiene a noi ma quello deve rimanere fuori. Per secoli abbiamo dato nomi, corpi e volti a tutto ciò che non riuscivamo, o non volevamo, integrare, come la strega, l’eretico, il deforme, il folle, il selvaggio, il traditore, il corpo che non obbedisce e la donna che non accetta il ruolo che le è stato assegnato. Il povero, il diverso, il contagioso, ogni epoca costruisce le proprie categorie di esclusione e poi ha bisogno di rappresentarle attraverso qualcosa che possa essere indicato con un dito.

Ecco il mostro, guardatelo. Non siamo noi, non assomiglia a noi, non pensa come noi, non vive come noi, non desidera ciò che desideriamo noi. Quindi possiamo stare tranquilli perché il male è là fuori. Finché non ci accorgiamo che il mostro ha cominciato a guardarci.

Il mostro contemporaneo non ha necessariamente zanne, può avere un badge, una divisa, un contratto, una cartella clinica, un numero identificativo. Può sedersi dietro una scrivania e pronunciare una frase perfettamente corretta. Può sorridere e può avere una famiglia. Può pagare le tasse e può essere perfettamente integrato nella società che lo ha prodotto. Questa è una delle trasformazioni più inquietanti dell’orrore moderno.

Non abbiamo più bisogno di creature che arrivano dal bosco. Il bosco lo abbiamo asfaltato, abbiamo illuminato le strade, abbiamo catalogato ciò che ci circonda, abbiamo trasformato l’ignoto in dati. Eppure continuiamo ad avere bisogno di mostri; perché il mostro non serve soltanto a spaventarci ma serve a semplificare la realtà. Se il colpevole ha un volto mostruoso, possiamo odiarlo senza interrogarci sul sistema che lo ha prodotto. Se il diverso è davvero diverso, possiamo allontanarlo senza chiederci perché ci faccia paura. Se la vittima può essere trasformata in un’anomalia, possiamo smettere di considerare la sua sofferenza come una responsabilità collettiva. Il mostro è comodo perché ci permette di dormire.

È qui che l’orrore diventa più interessante, perché spesso il mostro non arriva dall’esterno ma viene prodotto dall’interno. Una società stabilisce una norma poi stabilisce chi non la rispetta. Poi costruisce una categoria per identificarlo e infine lo guarda e dice:vedete? È diverso da noi. La macchina che ho creato è perfetta. Prima traccia il confine, poi crea l’escluso. E usa l’escluso per giustificare l’esistenza del confine. Il cerchio si chiude. E noi possiamo continuare a sentirci dalla parte giusta.

È una delle ragioni per cui l’orrore funziona così bene quando smette di raccontare soltanto fantasmi e comincia a raccontare sistemi. Il fantasma può infestare una casa. Un sistema può infestare un’intera società.

È anche il filo che attraversa le storie e le figure che abbiamo incontrato in questo mese. Daria porta il peso di un corpo che diventa territorio di controllo. Vanni attraversa una realtà in cui il consumo e il desiderio possono divorare l’essere umano fino a renderlo irriconoscibile. E Anna Karenina, dietro la superficie della tragedia sentimentale, ci mostra una donna schiacciata da una struttura sociale che stabilisce cosa una persona può desiderare, cosa può essere perdonato e cosa invece deve essere punito. Sono storie molto diverse, ma il meccanismo che le attraversa è inquietantemente simile. Prima viene stabilita la forma corretta, poi arriva chi non riesce, o non vuole, entrarci e allora nasce l’anomalia, il problema e lo scandalo.

Il mostro non serve che abbia corna o artigli. A volte basta che abbia smesso di obbedire. Forse è proprio questa la ragione per cui Halloween continua a funzionare. Per una notte possiamo fare qualcosa che durante il resto dell’anno ci è proibito, possiamo mettere fuori il mostro, possiamo vestirci da ciò che temiamo e possiamo mostrare i denti senza essere accusati di averne troppi. Possiamo essere morti senza esserlo. Possiamo essere streghe, demoni, vampiri, creature deformi. Possiamo attraversare il confine e soprattutto possiamo tornare indietro. Questa è la parte rassicurante del rituale.

Photo by Fernando Paleta on Pexels.com

La mattina dopo ci togliamo il trucco, ripieghiamo il costume, buttiamo via le zucche e torniamo normali. Ma c’è una domanda che Halloween lascia aperta: quale delle due era la maschera? Quella che abbiamo indossato per una notte? O quella che portiamo ogni giorno per essere accettati dagli altri? Forse abbiamo smesso di avere paura dei mostri perché abbiamo imparato a riconoscerli, o forse è successo il contrario: forse siamo diventati così bravi a costruire categorie, classificazioni e definizioni da non avere più bisogno di vedere il mostro. Ci basta un’etichetta, una statistica o una parola. Il mostro diventa così piccolo da poter stare dentro una casella. Ed è proprio allora che diventa davvero pericoloso, perché un mostro che possiamo riconoscere è relativamente semplice da affrontare.

Quello che dovrebbe farci paura è il mostro che parla la nostra lingua. Quello che conosce le nostre regole. Quello che entra dalla porta principale. Quello che non ha bisogno di nascondersi perché tutti lo considerano normale. Il 31 ottobre non abbiamo davvero paura dei morti ma abbiamo paura che tornino a ricordarci ciò che è stato sepolto. Per questo accendiamo lanterne e indossiamo maschere. Per questo raccontiamo storie di mostri. Perché il mostro, finché ha il volto di una creatura fantastica, rimane innocuo.

Il problema comincia quando togliamo la maschera. E scopriamo che ci somiglia.

Alice Tonini

3 risposte a “Halloween: la festa di ciò che fingiamo di non essere 👻”

  1. Avatar Bariom

    Poi, bisogna riconoscerlo, ci sono i mostri reali, quelli che di umano non hanno quasi più nulla.
    Chi violenta, chi stupra, chi uccide divertito, chi schiaccia, chi depreda, chi odia, senza maschera o con maschere di menzogna. Senza un giorno sul calendario, perché ogni giorno è un giorno nuovo.

    Resta la domanda: dove nascono, da dove vengono, questi mostri?

    "Mi piace"

  2. Avatar Lucadg

    Analisi lucida e puntuale complimenti Alice. Oggi portavo le mie figlie a scuola, tutta la classe era mascherata per festeggiare ed e i bimbi erano entusiasti, tutti, tranne i figli di alcuni genitori che seguono questo filone religioso per cui mascherarsi evocherebbe chissà che. Vedere quei bimbi così tristi mi è dispiaciuto troppo, poi sai che noi con i “superpoteri” siamo molto più empatici. Non giudico i genitori, la fede ci salvi dalla religione, ma rendere un bimbo felice per me dovrebbe venire al primo posto.
    Secoli fa magari si sarebbero riuniti nelle stalle e mentre sgranavano il rosario per esorcizzare chissà che, mormoravano sulla curatrice o sulla levatrice che fino al giorno prima li aveva aiutati e mandiamola a fare due chiacchere col prete che magari bruciata lei le nostre vite torneranno felici.
    Cosa è il mostro da esorcizzare allora?
    Ciao a presto e grazie per il tuo articolo.

    "Mi piace"

    1. Avatar Bariom

      Allora ti chiedo: c’è qualcosa che non faresti mai fare ai tuoi figli anche se gli altri intorno lo facessero? O solo per non vederli “tristi” , acconsentiresti?

      Perché al di là di come la si pensi su Halloween o altro, oggi il grosso problema nell’educazione dei figli è che loro vorrebbero di tutto e subito e noi adulti cadiamo nell’inganno di doverglielo dare per non vederli “tristi” o perché non credano di essere meno degli altri.

      "Mi piace"

Rispondi

La traiettoria del binario, il fatalismo clinico di Anna Karenina e la trappola del destino 🚂

C’è una miopia diffusa tra i lettori di Anna Karenina: lo si riduce a una storia di passione punita, a un dramma borghese sulla gelosia, a una parabola morale sull’adulterio. Di certo questa è una lettura rassicurante.

Perché se Anna cade per aver amato l’uomo sbagliato, allora il mondo conserva un ordine comprensibile, e questoci conforta. Esiste una colpa, esiste una conseguenza, esiste una morale. Soprattutto, resta intatta l’illusione che le nostre scelte avvengano dentro uno spazio di libertà preconfezionata.

Ma fortunatamente per noi Lev Tolstoj costruisce qualcosa di molto più inquietante. Non soltanto un romanzo d’amore, ma una macchina narrativa che osserva cosa accade a un individuo quando tenta di sottrarsi alla traiettoria che la società ha tracciato per lui. E in questa macchina i binari non sono un semplice sfondo. Sono una delle sue forme più perfette.

White blossoms beside weathered railway iron

Il treno attraversa il romanzo Anna Karenina come una presenza materiale e simbolica. La ferrovia appartiene a un mondo nuovo per l’epoca in cui è ambientato il romanzo: quello della velocità industriale, della standardizzazione, degli orari, delle distanze ridotte a numeri. Il viaggio non dipende più dalla volontà del singolo. Una volta saliti, si segue una traiettoria prestabilita.Il binario non suggerisce una direzione, la impone e non permette deviazioni, non ammette esitazioni. Collega un punto a un altro attraverso una linea che esiste prima ancora che il passeggero vi metta piede.

È difficile non vedere, in questa geometria, qualcosa della società che circonda Anna. Il matrimonio con Karenin. I salotti aristocratici. Le convenzioni. La reputazione. Il ruolo della moglie, quello della madre, quello dell’amante. Una rete di aspettative così fitta da sembrare naturale.

Anna prendendo coscienza della sua esistenza non scopre semplicemente che la sua relazione con Vronskij è scandalosa. Scopre che il mondo intorno a lei possiede già una definizione di ciò che lei può e deve essere. E soprattutto di ciò che non può più essere.

Quando Anna sceglie Vronskij, sembra compiere un gesto di liberazione anticonformista. In realtà, cambia traiettoria senza riuscire a uscire dalla rete che determina il significato della sua esistenza. Questo è uno degli aspetti più crudeli del romanzo.

Anna vuole essere libera, ma continua ad avere bisogno dello sguardo degli altri. Vuole sottrarsi alle convenzioni, ma non riesce a smettere di misurarsi con esse. Vuole Vronskij, ma teme continuamente di perderlo. Cerca una vita autentica e finisce per controllare ogni gesto, ogni parola, ogni distanza. La sua sofferenza cresce proprio dentro questa contraddizione.

Non è necessario per noi oggi trasformarla in una diagnosi. La medicina del suo tempo aveva a disposizione categorie come l’isteria per classificare comportamenti e sofferenze femminili che oggi leggiamo in modo molto diverso. Ma il romanzo non ha bisogno di una diagnosi clinica per mostrarci il progressivo deterioramento di Anna, basta seguirne la percezione del mondo. Il sospetto. La gelosia. L’isolamento. La sensazione di essere osservata. La convinzione che ogni gesto degli altri contenga un significato nascosto.

La libertà che aveva cercato si restringe fino a diventare un’altra stanza chiusa. La prigione non è più soltanto esterna, è penetrata nella mente.

Ed è qui che la lettura puramente romantica del romanzo comincia a cedere. Anna non viene semplicemente punita perché tradisce il marito. Il problema è più profondo: rifiuta di mantenere la finzione sociale che permette al sistema di continuare a funzionare. L’adulterio esiste già intorno a lei. Quello che cambia è la gestione della facciata. La società aristocratica può tollerare molte trasgressioni, purché rimangano invisibili, controllate, convenientemente ipocrite.

Anna invece rende la contraddizione impossibile da ignorare. Non vuole più interpretare il ruolo che le è stato assegnato. E quando smette di recitarlo, il gruppo sociale la espelle. È questo il meccanismo più spietato: non serve una legge che la condanni, basta il vuoto. Gli inviti che diminuiscono, gli sguardi, le conversazioni interrotte, la reputazione che precede la persona e l’impossibilità di rientrare nella normalità.

Il sistema non deve necessariamente distruggerti, può semplicemente toglierti il posto in cui esistevi. A quel punto il treno assume un significato ancora più oscuro. All’inizio è il luogo dell’incontro, del movimento, dell’arrivo e della partenza. È una tecnologia che promette di accorciare le distanze e di rendere il mondo più accessibile. Ma il suo funzionamento contiene già l’altra faccia della promessa: il treno è libertà soltanto per chi può scegliere dove salire. Una volta dentro, la direzione è già stabilita.

Tolstoj fa coincidere progressivamente la modernità del mondo ferroviario con l’impossibilità di Anna di trovare una traiettoria propria. La tecnologia non è semplicemente il suo carnefice. È la forma visibile di un mondo che sta imparando a organizzare uomini, merci, tempo e spazio secondo principi sempre più rigidi, con orari, percorsi, connessioni, destinazioni, efficienza. E Anna si trova dentro questa geometria proprio mentre tenta disperatamente di uscirne.

Il suicidio alla stazione di Obiralovka è allora qualcosa di più di una semplice conclusione melodrammatica, è il punto in cui la traiettoria sociale e quella ferroviaria finiscono per sovrapporsi. Anna non può più immaginare una deviazione, e il mezzo che ha attraversato il romanzo fin dall’inizio diventa infine il luogo della sua morte. Il ferro che rappresentava il movimento diventa immobilità definitiva. La macchina che trasporta corpi da un punto all’altro diventa ciò che interrompe il movimento di un corpo. È un’immagine terribile proprio perché non risolve nulla. Non dimostra che Anna fosse destinata a morire, dimostra qualcosa di più disturbante: quanto possa restringersi lo spazio mentale di una persona quando ogni possibile futuro viene percepito come una variazione dello stesso fallimento.

Photo by Vitaly Gorbachev on Pexels.com

Ed è qui che Anna Karenina smette di appartenere soltanto all’Ottocento, i nostri binari sono cambiati, non sono necessariamente di ferro. Possono essere aspettative familiari, ruoli sociali, reputazione, algoritmi, lavoro, consumo, prestazione, immagine pubblica. Possono essere invisibili proprio perché abbiamo imparato a considerarli normali. La tecnologia contemporanea, rispetto alla ferrovia di Tolstoj, ha moltiplicato le possibilità di movimento. Oggi possiamo comunicare con chiunque, cambiare città, lavoro, identità digitale. Possiamo attraversare il mondo senza quasi muoverci. Eppure continuiamo a vivere dentro traiettorie predefinite.

La differenza è che oggi i binari possono essere dentro di noi. Non li vediamo. Li percorriamo, e spesso li scambiamo per libertà. Questa è forse la parte più oscura di Anna Karenina: non la domanda se Anna avrebbe potuto scegliere diversamente. La domanda è quanto spazio avesse, realmente, per immaginare una scelta diversa. Perché il destino più efficace non è quello che ci obbliga, ma è quello che ci convince che non esistano altre direzioni. Quanto della vostra traiettoria avete scelto davvero? E quanti dei binari che state percorrendo erano già lì, prima ancora che cominciaste a camminare? Fatemi sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

Una risposta a “La traiettoria del binario, il fatalismo clinico di Anna Karenina e la trappola del destino 🚂”

  1. Avatar Nick Shadow

    Finalmente leggo qualcosa su Anna Karenina che vada al di là della lettura da soap opera che impesta anche gli esegeti più progressisti!
    Molte felicità!

    "Mi piace"

Rispondi

L’ossessione della conclusione: riflessioni sull’incompiuto 📖

Il cervello umano non ama i vuoti. Davanti a un cerchio non chiuso, a una frase interrotta, a una porta dietro cui non sappiamo cosa ci sia, la mente tende a cercare una forma. Una spiegazione. Una conclusione. Vuole chiudere il conto. E forse è proprio per questo che l’incompiuto ci inquieta tanto. Perché tutto ciò che ci affascina davvero, là dove l’orrore incontra il sacro, dove il mistero smette di essere un enigma e diventa abisso, spesso possiede la forma geometrica di qualcosa che manca.

Una pagina strappata. Una creatura che non riusciamo a descrivere interamente. Un edificio costruito fino a un certo punto e poi abbandonato. Una storia che si interrompe prima della risposta. Il buio comincia esattamente lì, dove si nasconde il mostro senza contorni.

Nella letteratura fantastica e nell’orrore cosmico, la paura più profonda raramente coincide con ciò che viene mostrato. Nasce da ciò che non riusciamo a vedere. Lovecraft lo aveva capito perfettamente: più l’orrore si sottrae alla descrizione, più la mente del lettore è costretta a completarlo. Un’anatomia appena intravista può essere più disturbante di un corpo mostrato nei minimi dettagli. Un’architettura impossibile può fare più paura di un mostro. Un manoscritto a cui mancano proprio le pagine decisive può diventare più ossessivo di qualsiasi rivelazione.

Weathered handwritten manuscript with torn pages under a beam of light
A battered handwritten manuscript rests in a narrow beam of warm light against a dark surface.

Perché il vuoto non è vuoto ma lo riempiamo noi. È questo uno dei poteri più inquietanti dell’incompiuto: non permette alla storia di morire quando finisce il testo ma la lascia continuare nella mente di chi l’ha incontrata. L’opera si interrompe. L’immaginazione no. E quello che manca può diventare molto più grande di quello che è stato raccontato.

L’incompiuto, però, non appartiene soltanto alla letteratura. In psicologia esiste un fenomeno noto come effetto Zeigarnik, dal nome della psicologa Bluma Zeigarnik, che studiò la tendenza a ricordare più facilmente alcuni compiti interrotti rispetto a quelli portati a termine. Il fenomeno è stato discusso e ridimensionato nel corso del tempo, ma l’intuizione rimane potente: ciò che resta aperto può continuare a occupare spazio nella mente. Una telefonata che non abbiamo richiamato. Una conversazione finita male. Un lavoro lasciato a metà. Un progetto iniziato e mai concluso. Una domanda alla quale nessuno ha risposto. Non sono semplicemente cose “non finite”, sono porte rimaste socchiuse. E per alcune persone quella porta continua a richiamare l’attenzione molto più a lungo di quanto vorrebbero.

È qui che l’incompiuto incontra anche la neurodivergenza. Non perché esista un unico “cervello neurodivergente” e non perché ogni persona neurodivergente viva necessariamente i compiti aperti nello stesso modo. Ma perché, in alcune esperienze neurodivergenti, la difficoltà nel disinnescare un pensiero, spostare l’attenzione o lasciare irrisolta una questione può rendere il non-finito particolarmente invasivo. Il file aperto non è più soltanto un file ma continua a lampeggiare. La società che pretende di chiudere tutto e intanto viviamo dentro una cultura ossessionata dalla conclusione.

Bisogna finire, chiudere, risolvere, produrre, archiviare. Ogni progetto deve avere un risultato, ogni trauma dovrebbe condurre a una guarigione, ogni storia deve arrivare alla propria morale, ogni deviazione deve essere ricondotta dentro una categoria comprensibile. Persino il dolore viene spesso raccontato come un percorso con una destinazione obbligatoria. Prima la ferita, poi la trasformazione, infine la rinascita.

E se non arrivasse? Se alcune storie non avessero una morale? Se certe ferite non producessero nessuna lezione? Se alcune anomalie non dovessero essere corrette? Se esistessero cose che non hanno bisogno di essere completate per essere vere?

Forse è qui che l’incompiuto smette di essere un difetto e diventa una forma. La perfezione è rassicurante perché non lascia fessure. Tutto combacia. Tutto torna. La superficie non presenta crepe attraverso cui possa filtrare qualcosa che non sappiamo nominare. Ma è proprio attraverso quelle crepe che entra il buio. Un frammento può raccontare più di una spiegazione, una cicatrice può essere più vera di una guarigione perfetta. Un finale sospeso può restare dentro di noi più a lungo di una risposta.

Accettare la forma del buio non significa celebrare il caos o rinunciare a concludere ciò che possiamo concludere, significa smettere di credere che ogni cosa debba essere chiusa per avere un senso. Alcuni abissi non vanno colmati di cemento, alcune porte possono rimanere socchiuse, alcune storie devono interrompersi prima che arrivi la spiegazione, perché forse l’orrore più profondo non nasce da ciò che finalmente comprendiamo. Nasce da ciò che comprendiamo abbastanza da sapere che non riusciremo mai a completarlo. E forse siamo fatti anche di questo: di ciò che abbiamo finito, ma soprattutto di ciò che è rimasto aperto.

E voi? Come gestite i vostri file aperti? Siete tra quelli che devono chiudere ogni pendenza prima di riuscire a respirare? Oppure avete imparato ad abitare quel fastidio strano e fertile che lascia l’incompiuto? Perché qualche volta il buio non è ciò che manca.È ciò che abbiamo lasciato aperto.

Alice Tonini

4 risposte a “L’ossessione della conclusione: riflessioni sull’incompiuto 📖”

  1. Avatar Celia

    Faccio spesso la tua stessa riflessione sulla relazione tra neurodivergenza ed effetto Zeigarnik.
    Sicuramente convivo meglio con le mie porte aperte quando mi trovo – concedimi l’espressione – nella mia fase ADHD esplosiva-creativa. Finché non mi fermo a fare il punto, funziona, ed io sono una stella danzante…

    Piace a 1 persona

    1. Avatar Alice Tonini

      La metafora della “stella danzante” descrive benissimo quell’inerzia travolgente in cui il cervello ADHD cavalca dieci loop contemporaneamente e li trasforma in pura energia creativa. Il problema, come fai notare, arriva quando il movimento si ferma e si deve fare la resa dei conti con il dispendio energetico. Finché quella spinta produce visione va assecondata, a patto di sapere che dopo servirà il silenzio per decongestionare la struttura. Grazie per questa testimonianza così viva! 🌟

      Piace a 1 persona

  2. Avatar Lucadg

    Bellissimo spunto di riflessione, leggevo una volta in un libretto di questi sul time management che gli open loops consumano energia mentale senza che tu te ne accorga, tipo il telefono quando non riesce a completare il ciclo di ricarica perché il carica batterie è difettoso.

    Ecco secondo me bisogna cambiare la prospettiva come dici tu, la mia testa ADHD prima viveva male questa roba qui, ma quando viaggi dentro di te capisci che è meglio non finire un libro che ti disturba piuttosto che rincorrere la spinta a performare sempre e mettere la spunta verde del “ho portato a termine la missione, signore mia dia un altro compito che altrimenti è tutto privo di senso”.

    Ecco ho accettato che a volte il vuoto va abitato.

    Ciao e grazie.

    Piace a 1 persona

    1. Avatar Alice Tonini

      La metafora del caricabatterie difettoso è spaventosamente precisa: un consumo energetico invisibile che produce solo calore e logorio, senza vera ricarica. Sganciarsi dal ricatto della “spunta verde” e dal dovere di finire per forza un libro o un compito inutilmente punitivo è il primo vero atto di sabotaggio contro la nevrosi della performance. Abitare il vuoto senza chiedere scusa è l’unica forma di igiene mentale rimasta. Un contributo d’oro.💀

      Piace a 1 persona

Rispondi